Il giorno della resa Fli: se ne va mezzo partito E Fini insulta il premier

RomaIl Fli è morto nella culla. L’uscita dal gruppo del senatore cuneese Giuseppe Menardi provoca un’emorragia inarrestabile in Futuro e libertà che implode col passare delle ore. Ma la grande fuga è soltanto iniziata. E Fini che fa? Si chiude assieme ai suoi gerarchi più fedeli, sputa veleno sui vecchi compagni considerati traditori e, novità, attacca Berlusconi.
Intanto il suo partito frana a palazzo Madama: certa l’uscita dell’ex tesoriere di An, Francesco Pontone, che dovrebbe tornare nel Pdl; probabile l’addio di Maurizio Saia, moderato e molto legato allo storico colonnello Adolfo Urso, dato in partenza pure lui; in fibrillazione Mario Baldassarri («Sono in profonda riflessione»), il capogruppo Pasquale Viespoli, grande avversario di Bocchino, e così pure Barbara Contini, Egidio Digilio e Maria Ida Germontani. Sette senatori sui nove rimasti con stratosferici mal di pancia: in pratica tutti con la valigia in mano. Per andare dove? Nel palazzo si mormora di tutto. La tesi più accreditata è quella di creare un nuovo gruppo di centrodestra che faccia da «terza gamba» alla maggioranza, magari con qualche prestito dal Pdl. Oppure far confluire i futuristi nel neonato gruppo, annunciato ieri dalla senatrice Helga Tahler, che si chiamerà «Per le autonomie». Fino a martedì, data della convocazione di un summit dei senatori futuristi, le bocce saranno ferme.
Ma il Fli frana anche alla Camera, dove intanto Guzzanti passa nelle file dei «Responsabili» e quindi con la maggioranza. Ieri sera Roberto Rosso, coordinatore del partito in Piemonte, ha sbattuto la porta ed è tornato nel Pdl. Mentre è dato ormai per perso Luca Barbareschi, cui Fini diede di recente del «pagliaccio che non fa ridere». Ma le defezioni non si fermeranno qui. Intuibili i nomi: in primis Adolfo Urso, il grande sconfitto del congresso fondativo di Rho. Il quale tace e smentisce qualsiasi frase a lui attribuita. Per ora. Tuttavia emergono particolari sulla sua defenestrazione avvenuta all’assemblea lo scorso week end. È andata così: un’anticipazione d’agenzia di stampa svela che Fini ha relegato Urso a portavoce del partito. «Ma come, Gianfranco?», chiede spiegazioni il colonnello che pensava di essere ancora coordinatore. Risposta del glaciale Fini: zero. Solo un’alzata di spalle. Poi parte la trattativa infinita, la lunga notte dei coltelli, Urso riparte per Roma convinto di essere capogruppo alla Camera ma quando atterra gli arriva la notizia: capo dei deputati sarà Benedetto Della Vedova. In estrema difficoltà anche l’ex ministro Andrea Ronchi, per ora sottocoperta ma deluso dalle scelte di Gianfranco.
Il grande capo osserva la sua zattera naufragare dal piano nobile di Montecitorio, stizzito come non mai. Tanto che si racconta abbia sibilato: «Quelli non li voglio più vedere!», rivolto alle sue truppe in fuga. Della serie: «Che fai, li cacci?». Nessuna mediazione. Fini è determinato ad andare avanti. «Anche perché - ammette un anonimo falco - ormai la partita non è più sui numeri. Berlusconi li ha e noi abbiamo perso. Ma il progetto resta valido». Italo Bocchino, una delle concause del patatrac del Fli, invece risponde piccato: «Il pallottoliere lo lasciamo ad altri».
Di fronte allo sfascio della sua creatura, Fini in serata detta alle agenzie di stampa una nota piena di livore nei confronti del Pdl: «La difficoltà di Fli e la ritrovata baldanza dei gerarchi del Pdl sono fenomeni tutti interni al ceto politico, sentimenti di chi teme per il proprio status di ministro, parlamentare o di chi aspira a divenire sindaco»; nei confronti di Berlusconi: «Dietro al verosimile allargamento della maggioranza ci sono le tante armi seduttive di cui gode chi governa e dispone di un potere mediatico e finanziario che è prudente non avversare direttamente». Cavalca il bunga bunga: «Nella società il clima è diverso: c’è preoccupazione per la situazione economico-sociale, indignazione per il degrado in primo luogo morale che caratterizza lo scontro politico, sbigottimento per l’immagine negativa che le note vicende danno dell’Italia nel mondo, angoscia per il futuro dei più giovani». Assicura che il Fli «intende agire nell’ambito dei valori e della cultura politica del centrodestra, senza alcuna ambiguità né tantomeno senza derive estremiste o sinistrorse» ma poi ammette: «Il progetto di Futuro e libertà vive un momento difficile, sta attraversando la fase più negativa da quando, con la manifestazione di Mirabello, ha mosso i primi passi». Fini-to.