Giosetta Fioroni, pittura e poesia con Roma nel cuore

Abbaia ai nuovi venuti l’amato Biri, il bastardino di Giosetta Fioroni. Potrebbe essere uno di quelli che ha rappresentato in coloratissimi bassorilievi di ceramica. Vissuta sempre in un ambiente di artisti, la madre dipinge, il padre Mario sculture e amico di Oppo, patron della Quadriennale, Giosetta conosce il poeta Vincenzo Cardarelli amico del nonno e come lui di Tarquinia. «Appena presa la patente lo andavo a prendere la domenica a via Veneto per pranzo», ricorda. Quando nasce nel ’32 la famiglia abita al Flaminio, poi si sposterà a via Nomentana e quindi a via delle Zoccolette, dove tutt’ora l’artista risiede. E Roma è la sua città dell’anima, il suo punto di riferimento costante. Col genio del disegno nel sangue studia al liceo Artistico, poi scenografia all’Accademia di Belle Arti dove incontra Toti Scialoja, che fra un viaggio e l’altro negli Stati Uniti, tiene un corso di scuola libera di nudo. «Ma non faceva copiare i modelli, era un corso di cultura legato al teatro russo, a Stanislavskij, al cinema americano, a Buster Keaton». Negli Anni ’60 i suoi «compagni di strada» sono Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Testa, esponenti della cosiddetta «Scuola di Piazza del Popolo», irrinunciabile luogo d’incontro di artisti, intellettuali, cineasti che si ritrovano nei caffè, nelle trattorie, nelle gallerie come la Tartaruga di Plinio De Martiis che attira creativi e giovani di talento. C’erano anche Novelli, Perilli, D’Orazio e lei è l’unica donna del gruppo. La vita di Giosetta, entusiasta e curiosa del mondo, è costellata di successi. Non si contano i riconoscimenti, le mostre, le amicizie con intellettuali e artisti da Afro a Burri. Sarà proprio Burri, insieme a Scialoja a montare la sua prima personale parigina. Nel ’63, dopo 4 anni trascorsi in Francia, torna in Italia. Base Roma, studio (una vera e propria opera d’arte), da 15 anni a via San Francesco di Sales. Dietro il cancello si apre un mondo di fantasia e di poesia. In basso il salone stracarico di quadri, stampe, ceramiche, tavoli per disegnare, angoli per riflettere. E quasi nascosto il salotto della poesia. Sulle pareti immagini e versi di Eliot, Baudelaire, Penna, tracciati con sottili pennelli d’argento. In alto, fra le case in disordine un’oasi di piante di limoni, panchine fra i fiori e il verde. In alto il faro del Gianicolo, da un lato la mole imponente di Regina Coeli, dall’altro un palazzetto in puro stile ’500. La leggenda vuole che vi abitasse la Fornarina e che Raffaello, che stava allora dipingendo le Stanze in Vaticano, andasse tutti i giorni a trovarla traversando i prati a cavallo. Alla sua città Giosetta, festeggiata per i suoi 70 anni, ha dedicato la mostra dei Mercati Traianei intitolata «Beltà». E per Roma ha creato i due grandi portali in smalti e maiolica policroma del cinema Nuovo Olimpia. Sua la Madonna multietnica della Chiesa Regina Mundi, suo l’imponente Crocifisso della chiesa di San Pietro in Vineis di Anagni. «L’arte è sempre stata al centro della mia vita - confessa -. E Roma, per chi ha una sensibilità artistica, propone infinite emozioni di tipo estetico». La Roma che la pittrice frequenta di più è quella che da via delle Zoccolette tagliando il Tevere va alla Lungara. «Mi piacciono i mercati di San Cosimato, di Campo dei Fiori». Nello studio della Lungara sta preparando le prossime mostre. La prima ispirata ad Antonin Artaud si terrà a febbraio presso il libraio Giuseppe Casetti a via della Reginella. Grandi cartoni colorati, segni, collage, oggetti, tessuti. L’altra a settembre si aprirà al Museo della Ceramica di Faenza, la città dove ha sede la Bottega Gatti, in cui Giosetta va a cuocere le ceramiche, suo grande amore. Un «raptus» recente, nato per caso nel ’93 per un teatrino e che ancora continua.