La giostra della Consulta

D urerà una sola estate, e nemmeno intera, la presidenza di Annibale Marini alla Corte costituzionale. Il 9 luglio prossimo, quando scadranno i nove anni del suo mandato come giudice della Consulta, dovrà lasciare la poltrona. Un tocca e fuggi. Come già è accaduto per il suo predecessore Piero Alberto Capotosti, che la presidenza l’ha occupata dal 10 marzo al 6 novembre di quest’anno.
Può anche darsi che questa rotazione vorticosa non pregiudichi troppo il lavoro della Corte, che è più o meno l’equivalente italiano della Corte suprema americana. E non si pretende che da noi, come oltreoceano, la presidenza sia a vita. Ma un tantino di stabilità in più è auspicabile: non foss’altro che per comodità dei governanti stranieri in visita cui càpita d’incontrare le nostre Alte Autorità. Ogni volta si trovano di fronte, a rappresentare la più alta istanza di giustizia del Paese, una faccia nuova e un nome nuovo. Tutti pozzi di scienza, intendiamoci, i cessanti e i subentranti. Ma troppi. (Vorremmo anche modestamente osservare che chi presiede dovrebbe avere doti organizzative, non proprio la più evidente vocazione dei giuristi). Gli ex presidenti della Consulta sono più numerosi delle ex-fidanzate di Flavio Briatore, ed è tutto dire. Signori della Corte, se possibile rendete meno vertiginoso il carosello.