La giostra della vita col tocco raffinato del vecchio Resnais

Molti applausi a «Coeurs» del maestro francese, sulla solitudine e l’impossibilità di essere felici: «È solo il caso che decide per noi»

Stenio Solinas

nostro inviato a Venezia

La prima volta che Alain Resnais venne alla Mostra del Cinema di Venezia fu nell’estate di quarantacinque anni fa. Michele Placido era ancora un ragazzo, Isabella Ferrari non era ancora nata, ma già allora alle proiezioni i critici rumoreggiavano. «I primi tre quarti d’ora del mio film furono un massacro» ricorda oggi divertito il regista massacrato. «Fischi, risate sarcastiche, persino il tambureggiare dei piedi sul pavimento. A un certo punto dissi agli organizzatori: "Basta fermiamo qui questa sofferenza, per loro e per me". E invece, subito dopo, ci fu una parte della sala che cominciò ad applaudire ritmicamente, la contestazione si spense e da quel momento sino alla fine ci fu un silenzio perfetto». Il film si chiamava L’anno scorso a Marienbad, vinse il Leone d’oro.
Premiato con un Leone alla carriera nel 1995, Resnais torna al Festival con una pellicola che ancor prima di apparire aveva già cambiato di nome tre volte. Il titolo originale della pièce teatrale di Alan Ayckbourn da cui è tratta, Private Fears in Public Places, ovvero Paure private in luoghi pubblici, non convinceva il regista. L’adattamento francese, Petites peurs partagées, Piccole paure condivise, nemmeno. «Con i testi di Ayckbourn è sempre così» spiega. «In inglese hanno un loro senso che la traduzione in un’altra lingua fa perdere. Così, anche per scherzare un po’ su quest’ansia da titolo giusto, ho tirato giù una lista di 124 ipotesi alternative. Fra queste, quella che mi ha più convinto è Coeurs, Cuori. Perché fino a quando il cuore batte noi viviamo e in quelle pulsazioni, in quell’intreccio di muscolo e sangue c’è il flusso della nostra esistenza, passioni e contraddizioni».
Fedele alla regola che le cose più diverse è meglio farle sempre con gli stessi attori, in Coeurs Resnais ha schierato una serie di fedelissimi: Pierre Arditi, Sabine Azéma (seria candidata al momento per il Leone alla migliore attrice), André Dussolier (identico discorso, al maschile, della Azéma), Lambert Wilson e ha loro affiancato Laura Morante e Isabelle Carré. Insieme danno vita a quello che pur nella estrema ecletticità di una carriera che dura ormai da oltre mezzo secolo e conta una trentina di film, è un po’ il suo marchio di fabbrica: grande semplicità e grande eleganza, leggerezza nei toni e profondità nell'assunto, un'atmosfera particolare, indefinibile eppure riconoscibile. Gli applausi che hanno accolto la fine del film e il calore con cui è stata seguita la successiva conferenza stampa dimostra che il Resnais-touch funziona ancora.
Coeurs è un film sulla solitudine, sul desiderio e l’impossibilità di essere felici, sul fatto che la felicità appartenga al regno della fantasia e non della realtà. Non la viviamo, la inventiamo e quando poi improvvisamente sparisce cerchiamo di ricrearla ex novo, oppure ci crogioliamo nel ricordo, rimaniamo prigionieri dell’attesa. C’è una coppia che scoppia, Nicole-Morante e Dan-Wilson, dove alla energia femminile di lei si oppone la passività maschile di lui, militare di carriera abituato ad avere la vita pianificata e ora senza più gradi e senza più lavoro. La volta che, su suggerimento altrui, cercherà di imbastire un nuovo legame, sarà proprio l’assillante presenza della sua ex a mandarlo in fumo. C’è un barman, Lionel-Arditi, sposato e separato, probabilmente omosessuale, che nella vita ha avuto prima la madre a guidarlo e ora ha il padre ad angariarlo. C’è una giovane segretaria, Gäelle-Carré, che sa di essere noiosa e cerca il compagno della vita attraverso gli annunci per cuori solitari, e la segretaria matura, Charlotte-Azéma, che fa convivere una forte fede religiosa e un amore per il prossimo con una segreta dimensione erotica riversata in video cassette porno, registrate in appendice a trasmissioni edificanti, di cui è l’interprete e la distributrice... E c’è l’anziano agente immobiliare Thierry-Dussolier, di lei innamorato, che di fronte a questa duplicità resta spiazzato.
«Siamo un po’ tutti marionette della vita» dice Resnais: «Ci illudiamo che essa dipenda da noi e invece è il caso, un incontro, un contrattempo, a farci prendere una strada piuttosto che un’altra. Sentiamo di avere delle potenzialità inespresse, vorremmo far meglio, crediamo di meritare meglio, ma non sappiamo come. C’è chi tenta un percorso bizzarro, chi si intestardisce nello stesso perché è incapace di imboccarne un altro, chi si blocca, resta lì».
Girato in una Parigi coperta di neve, più un’idea di città che una città vera, costruito intorno a tre o quattro luoghi scenici, il bar di un albergo, interni di uffici e di abitazioni, Coeurs racconta la giostra della vita dove a ogni giro si ricomincia e a ogni giro ci si illude. E così si va avanti fino a quando le luci si spengono e la giostra si ferma per sempre.