Giotto & Co: ecco gli artisti che illuminano il Trecento

Si ritiene che la morte del capostipite abbia aperto un periodo di decadenza. Una mostra lo smentisce

Roberto Longhi, il famoso storico dell’arte, diceva che il Trecento era il secolo più importante per l’arte a Firenze. Per altri invece era un periodo di decadenza, iniziato nel 1337 con la morte di Giotto, il grande maestro che aveva tramutato «l’arte di greco in latino», rendendola moderna, come scriveva nel 1390 Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte. Che invece avesse ragione Longhi e che il Trecento non fosse un secolo buio, ma vitale per i fatti artistici, lo avevano detto e sospettato altri storici, tra cui Carlo Volpe in un saggio del 1983 dal titolo Il lungo percorso del “dipingere dolcissimo e tanto unito”.

Adesso a dimostrare con i fatti l’importanza del Trecento e la sua capacità di elaborare la lezione di Giotto trasmettendola aggiornata al secolo successivo, quello di Masaccio e compagni, sono due mostre a Firenze riunite sotto il titolo «Splendori del gotico da Giotto a Giovanni da Milano». La prima, nella Galleria degli Uffizi, riguarda «L’eredità di Giotto. Arte a Firenze 1340-1375». Oltre sessanta opere tra dipinti, sculture, miniature, oggetti di oreficeria e avori, presentano nelle sale degli Uffizi gli eredi di Giotto, quegli artisti che hanno sviluppato i suoi insegnamenti o vi hanno reagito, in un periodo non facile per le lotte tra guelfi e ghibellini e per la terribile peste del 1348.

Sono una folta e affascinante schiera, dai nomi poetici - Bernardo Daddi, Taddeo e Agnolo Gaddi, Maso di Banco, Allegretto di Nuzio, Stefano, Giottino e tanti altri - che finalmente vedono riuniti in nuclei più o meno corposi i loro lavori, assumendo precise e distinte fisionomie. Compito non facile per gli studiosi, che li hanno «ricostruiti», sulla base di pochi dati. Emerge una fitta rete di rapporti e relazioni, di debiti e crediti, di passaggi di forme che, nate da Giotto, filtrano attraverso collaboratori e allievi sino a quel Giottino, bisnipote del pittore, che si rivela uno dei dieci maestri più importanti nell’Italia del secondo Trecento.

Le date sono il simbolico 1340, tre anni dopo la morte di Giotto, e il 1375, impresso nel magnifico trittico di Agnolo Gaddi, con la Madonna col Bambino in trono con angeli e santi, un’opera che, dorata e fiorita, annuncia il tardogotico, precorrendo Masaccio. Fra i due termini, 1340 e 1375, si svolge la grande avventura trecentesca, che sorprende per la bellezza di affreschi, tavole e altaroli, con personaggi sempre più umani, per la preziosità di arredi sacri, la modernità delle sculture, come lo straordinario Angelo portacandelabro di Alberto Arnoldi del Museo del Bigallo di Firenze, che dimostra come l’impronta di Giotto si sia estesa a tutti i campi dell’arte.

Fra i pittori rappresentati, c’è Giotto con Due Apostoli della Fondazione Cini di Venezia, riferiti per la prima volta alla sua bottega, e il polittico raffigurante Cristo benedicente e santi, dipinto per la cappella Peruzzi in Santa Croce di Firenze, smembrato, ricomposto nel 1947, giunto adesso dal North Carolina Museum di Raleigh (Usa). Sono le opere della maturità dell’artista a lasciare tracce sugli allievi, che ne danno originali interpretazioni sviluppando spazialità, volume, colore, realismo. Bernardo Daddi, ad esempio, riprende gli aspetti più poetici, mescolandoli alla linearità senese nella preziosa Caterina d’Alessandria, dipinta nel laterale di un polittico fra il 1335 e il 1340. Taddeo Gaddi, stretto collaboratore di Giotto e suo «erede ufficiale», usa schemi e motivi iconografici del maestro, variandoli con fantasia nell’Annunciazione del ricostruito polittico di Santa Maria della Croce al Tempio. Maso di Banco sceglie la solennità del grande caposcuola traducendola con grazia nella Madonna e santi del bel polittico della chiesa fiorentina di Santo Spirito.

E poi c’è Stefano, nipote di Giotto, figlio della figlia Caterina, affascinante personalità, celebrato dalle fonti antiche, oggi sfuggente. C’è Giottino, figlio di Stefano, bisnipote di Giotto, documentato nel 1368 e 1369, vera e propria riscoperta. Bravo, ha il bisnonno nel sangue, e come lui è moderno, pioniere in questo caso del naturalismo tardogotico. Basta osservare il bellissimo Compianto sul Cristo morto degli Uffizi per rendersi conto che quel vivace e drammatico colloquio tra personaggi sacri apre a tempi nuovi.

LA MOSTRA
«L’eredità di Giotto. L’arte a Firenze tra il 1340 e il 1375». Firenze, Galleria degli Uffizi. Fino al 2 novembre (catalogo Giunti). Promossa dal ministero per i Beni e le Attività Culturali e da vari Enti fiorentini, diretta da Antonio Natali e curata da Angelo Tartuferi. Per informazioni: www.ereditadigiotto2008.it