Giovani, cervelloni e superliberali

L'Istituto Bruno Leoni è un pensatoio che ama
il web e recluta
studiosi in erba,
ma con curricula
da veri cattedratici. I suoi collaboratori
hanno prodotto
trentatrè libri
e seimila pagine
per il sito Internet

Si chiude con questa puntata il viaggio di Giancarlo Perna nei think tank italiani. I precedenti «pensatoi» sono stati: «Magna Carta» (4/3), «Liberal» (12/3), «Farefuturo» (22/3)

Privo di una sontuosa sede da ostentare, l’Istituto Bruno Leoni mi accoglie in un locale spartano dove ha però schierato come un’argenteria i suoi più vivaci cervelli, simile alla matrona Cornelia che, ricca solo dei propri figli, li mostra al motto: «Ecco i miei gioielli».
Siamo in un appartamentino della milanese Piazza Castello con vista sul turrito maniero sforzesco. L’Ibl è l’ultimo think tank del nostro viaggio. È un pensatoio piuttosto immateriale, senza saloni, né biblioteche, né pr che ti portano in giro. Il suo universo è Internet, dove riversa caterve di saggi e prese di posizione. Clicchi www.brunoleoni.com e capisci all’istante con chi hai a che fare. L’Istituto, che si occupa di economia e dintorni, è il tempio del liberismo più integralista. Ha il culto della proprietà privata e del libero mercato. Le sue bestie nere sono statalismo, burocrazie e barriere doganali. Adora la globalizzazione.
A ricevermi nella saletta delle riunioni è la triade che governa il think tank. Stringo la mano in ordine gerarchico, al direttore generale, Alberto Mingardi, al direttore del Dipartimento politico, Carlo Lottieri, al direttore del Dipartimento Ecologia, Carlo Stagnaro. Il comasco Mingardi ha 27 anni, il bresciano Lottieri 47, il ligure Stagnaro 30. È poi la volta di quattro collaboratori, detti fellow, che Mingardi ha convocato qui per me in rappresentanza dell’altra ventina che lavora all’Ibl. Rosaria Bitetti è una leggiadra fanciullona di 23 anni. Suo coetaneo è lo sciccoso Massimiliano Trovato, fazzoletto nel taschino. Filippo Cavazzoni, larga parlata emiliana, ha 29 anni. Andrea Giuricin, esperto di trasporti, ne ha 25. Terminate le cerimonie, ci sediamo nell’auletta. Loro sulle sedie ordinate per file. Io su una specie di cattedra di fronte a loro.
«Escluso il prof Lottieri, mi sembra l’asilo», dico, facendo lo spiritoso con riferimento all’età dei presenti. La battuta passa per quello che è, cretina. Mingardi si intenerisce e prende in mano la situazione. Sciorina i dati del think tank nato nel 2003. In quattro anni sono stati prodotti 33 libri e seimila pagine scaricabili da Internet.
Volete sapere tutto di Alitalia? Bene, il qui presente Giuricin ha scritto il briefing paper (breve saggio, otto pagine) n.51 sul problema, aggiornato all’ultimo minuto. La sua tesi - liberista pura - è che bisogna vendere ad Air France senza ricamarci ancora. Allo stesso modo troverete briefing paper sul trasporto locale, la liberalizzazione dei servizi postali, sulle «ragioni liberali del no» alla Tav, ecc. Una manna per giornalisti e parlamentari che con un clic si trovano la pappa fatta per i loro articoli o interventi in aula. Il plagio è autorizzato e auspicato. L’Ibl è qui per questo: fare opinione, dando una soluzione coerentemente liberale ai busillis del momento. L’exploit più recente sono le 213 pagine del «Manuale delle riforme per la prossima legislatura». Il programma è nel titolo: Liberare l’Italia. Per accelerare i tempi della redazione, il think tank ha lavorato giorno e notte. «Da noi, non ci sono sindacati», è la spiegazione di Stagnaro per la celerità.
Alt! direte voi, ripensando ad Alitalia. L’Ibl è per cederla ad Air France, ma Berlusconi, che egualmente si professa liberale, è invece di parere opposto. Come si concilia? Semplice: la bella gioventù che ho di fronte, se ne impipa del Cavaliere. Il think tank non ha legami partitici e quanto a liberalismo non prende lezioni da nessuno. Figurarsi. Loro sono seguaci dei mercatisti radicali della scuola austriaca, da Ludwig von Mises a Friedrich von Hayek. Il loro idolo è il seguace americano di quei gloriosi viennesi, l’anarco-capitalista Murray N. Rothbard. Per non parlare di Bruno Leoni, cui l’Istituto è dedicato. Morto assurdamente a Torino nel 1967, ucciso da un tizio cui rimproverava una mancanza, Leoni (padre di Didi, l’affascinante conduttrice del Tg5) era un filosofo del diritto di intransigente liberalismo, a petto del quale Einaudi impallidisce e Croce scompare. Per concludere: quel che fa il Cavaliere, cavoli suoi; i leonini vanno per la loro strada.
«A dirla tutta - esclama Mingardi che indossa pantaloni rossi da fricchettone ma parla come un linceo in frac - l’idea di fondare il pensatoio liberale mi è venuta quando, al rientro da uno stage negli Usa, ho sentito aria di colbertismo e protezionismo». Afferro il riferimento e dico divertito: «Dunque, il vostro ispiratore a contrario è stato Giulio Tremonti. Adesso, vuole perfino rafforzare i dazi sulle derrate cinesi».
«Mette le mani avanti, impaurito dal declino economico. Ma sbaglia», dice Lottieri che in queste settimane ha stigmatizzato sui giornali il neoprotezionismo tremontiano. Lottieri, che vive a Brescia e insegna Filosofia del Diritto a Siena, è con Mingardi e Stagnaro il fondatore dell’Istituto e il matusa del think tank. Ha l’aria posata, ma convinzioni inflessibili. È l’ideologo dell’Ibl. Con gli altri due ha redatto il manifesto «No al protezionismo» con cui l’Istituto ha debuttato nel 2003. Impedire il libero scambio - c’era scritto - «costa la vita a 6.600 persone ogni giorno. Se l’Africa potesse intensificare la sua quota di interscambio di appena l’uno per cento (non pagando il dazio ai Paesi ricchi, ndr) avrebbe 70 miliardi di euro in più l’anno. Il che basterebbe per trascinare 128 milioni di persone fuori dalla povertà». E concludeva: «Il libero scambio è la premessa della pace».
Mentre l’autorevole Lottieri parla, Stagnaro ascolta rapito. È ingegnere per l’Ambiente e si considera allievo del professore. «Se sono qui, il colpevole è lui», dice indicandolo. «Da ragazzino lo leggevo sull’Indipendente e diceva quel che io pensavo». Oggi, quando scrive di ecologia, Stagnaro fa il controcanto al catastrofismo dei Verdi e parla senza tabù di energia nucleare.
«Come vi dividete i ruoli?», chiedo ai tre fondatori.
«Io sono l’anello di congiunzione», dice modesto Mingardi che, in realtà, è un capriccio della natura. A 18 anni - 18! - ha scritto il suo primo libro, Da liberale a libertario, con Sergio Ricossa, l’ottantenne economista torinese presidente onorario dell’Ibl. Ricossa è uomo di gusto. Se ha immesso il pischello nella sua cerchia qualche ragione ci sarà. Oggi, nove anni dopo, Alberto ha un palmarès da ottuagenario: è autore di diversi libri e di una marea di articoli, in inglese sui giornali anglosassoni, in secco italiano su Libero, Il Foglio, ecc.
«Tu sei l’anello mancante», dice scherzoso Lottieri che, in quanto adulto del gruppo, ha l’ultima parola su tutto. Sua l’idea di utilizzare giovanissimi esperti, come quelli che sono oggi qui, con l’obiettivo di formare una classe dirigente liberale nella socialisteggiante Italia.
Stagnaro è il coordinatore delle attività. Stabilisce i temi da trattare e, assegnati i compiti, pungola i ritardatari. «È uno schiavista», dice Massimiliano, l’elegantone col fazzoletto nel taschino. Stagnaro, che ha occhi guizzanti da saraceno (frequenti nei liguri), è detto «il texano» perché porta stivaletti e cravatta a pendaglio. Oggi, che ha anche la camicia grigia abbottonata al collo, sembra più un prete. Di quelli in bilico tra fede e fuga con la parrocchiana.
Ora che conosciamo gli uomini, due parole sulle iniziative.
L’Ibl ha anche una piccola sede amministrativa a Torino. Il piede a Torino è un omaggio a Ricossa che ci abita e a Bruno Leoni che ne fece la propria città d’elezione e che lì ha lasciato la sua biblioteca. Una terza sede, se così si può chiamarla, è a Pisa in casa di David Perazzoni, colonna del think tank. È il «tipografo elettronico» dell’Istituto, web master in inglese, lingua franca dei leonini. Da lui affluiscono, per essere impaginati nel blog, i vari paper redatti dagli esperti sparsi ai quattro venti. Tutti i collaboratori sono remunerati. Sul quantum fioriscono ironie. «A Stagnaro paghiamo il latte in polvere per il bambino», dice Mingardi. «Con quel che rizevo, io sci vivo», sostiene invece l’emiliano Cavazzoni. «Bada però a non fare figli», lo ammonisce lo sciccoso.
L’insieme delle attività costa all’Ibl 700mila euro l’anno. I finanziatori sono manager, agiati professionisti, estimatori con dané che formano il Board of Trustees, il cda dei comuni mortali. Il Board si riunisce due volte l’anno e definisce i programmi a medio termine.
L’appuntamento annuale più laborioso dell’Ibl è il Seminario Mises (il già citato Ludwig von). Tre giorni di lavori in un albergo di Sestri Levante, rigorosamente in inglese, ospite d’onore un Nobel o giù di lì, e un centinaio di convegnisti da tutta l’Ue.
Ogni lunedì del mese invece, qui in Piazza Castello, si svolgono i Seminari Rothbart (l’anarco-capitalista). Protagonista un dottorando, in genere adocchiato da Lottieri, che enuncia una sua tesi e un pugno di cattedratici ospiti che ascolta, giudica e scopre incuriosito l’esistenza del think tank. Due piccioni con una fava: lancio del genietto e aggancio con l’università.
Infine, le agapi romane nel Ristorante Romilo a mezza strada tra Camera e Senato. Una decina l’anno. Sono la passione del buongustaio Mingardi che invita una trentina di parlamentari e illustra una tesi o una pubblicazione dell’Ibl. La speranza è che, prendendoli per la gola, agli onorevoli entri qualcosa nel cervello.
«Questo è il nocciolo del nostro lavoro», mi dice conclusivo Alberto con un gorgoglio. È l’acquolina dell’ora di pranzo. «Adesso, al ristorante. Anche tu!», comanda. E mette fine alla riunione.
(4. Fine)