Giovani e belli il segreto di Moccia

Il film campione d’incassi del momento ha per titolo Ho voglia di te ed è tratto dal libro omonimo di Federico Moccia. Il romanzo primo in classifica del momento si intitola Scusa se ti chiamo amore e porta anch’esso la sua firma. Sceneggiatore cinematografico, autore televisivo, scrittore, Moccia è una sorta di alchimista della post-modernità, capace di tramutare in oro il metallo più vile. Affidato a lui risplenderebbe anche Romano Prodi, sia pure restando il più farlocco fra gli ori dei farlocchi: d’altra parte, Moccia fa magie, non fa miracoli.
L’universo di questo romano over quaranta, stempiato e bene in carne, è in linea di massima under trenta: il che vuole dire che il suo pubblico è fatto di liceali e di universitari, è misto quanto a sessi, anche se più femminile che maschile (le ragazze leggono di più e sono maggioritarie nelle scelte che non contemplino i film d’azione), coincide bene o male con il tempo dello studio, prima cioè che il tempo del lavoro sancisca in qualche modo la fine della giovinezza. Essendone consapevole, intelligentemente Moccia ha cercato nel suo ultimo romanzo di ampliare l’orizzonte: il protagonista è un pubblicitario di 37 anni, alle prese con budget miliardari, che si innamora, ricambiato, di una di diciassette alle prese con l’esame di maturità. Oltre è difficile che possa spingersi: oltre c’è Lolita di Nabokov, o Senilità di Svevo, e Moccia è un romantico.
Al cinema, tuttavia, più che nella narrativa, l’elemento anagrafico è più variegato: ci sono i fratelli maggiori che vogliono saperne di più sulla psicologia della sorella che si ritrovano in casa e che gli anni di differenza trasformano in una presenza indecifrabile; ci sono i genitori che vorrebbero riuscire a capire il mondo di quei figli marziani che hanno generato; ci sono gli appassionati delle commedie generazionali e gli eterni Peter Pan sempre in cerca di un’evasione e di una scusa. Sotto questo profilo il cinema ha una marcia in più, è comunque meno impegnativo della lettura, anche di quella di consumo, offre maggiori elementi di interesse: musiche, immagini, dialoghi. Così, chi in questi giorni decida di andare a vedere Ho voglia di te, troverà in platea ragazzine trepidanti, ragazze in tiro, donne in carriera e mamme in servizio permanente effettivo, ragazzini brufolosi, ragazzi palestrati, maschi da industria e padri spaesati. E inoltre, un fritto misto di casalinghe disperate, single per scelta e/o per necessità, divorziati in disarmo, nonne d’assalto... Una fetta cospicua d’Italia, insomma.
Qual è il segreto di Federico Moccia, cosa c’è alla base del suo successo? Se lo sapessimo, Scusa se ti chiamo amore lo avremmo scritto noi e non staremmo qui a tirare la carretta del giornalista a stipendio fisso. Quelle che possiamo avanzare sono solo ipotesi, dunque, considerazioni. Diciamo che Moccia è uno scrittore da realismo socialista applicato ai sentimenti: i suoi eroi sono tutti giovani e belli, vogliono la gloria, sognano l’impossibile, non cedono ai compromessi. Sullo schermo questo funziona ancora meglio che sulle pagine, perché a incarnare Stefano detto Step, e Ginevra detta Gin, sono Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti. Sull’appeal del primo non ci pronunciamo, ma basterà dire che negli incontri pubblici le fans gli tirano dietro il reggiseno, per aver detto tutto. Quanto alla Chiatti, che fu la rivelazione femminile del bellissimo film di Paolo Sorrentino L’amico di famiglia, qui nonostante sia vestita da coatta alternativa e penalizzata da taglio e colore dei capelli è talmente bella che le perdoneresti anche di non saper recitare. E siccome, invece, è perfetta nella parte, vederla è un incanto.
Step e Gin, dunque... In Viva Radio2 Fiorello ha già fatto partire un tormentone sui diminutivi e sul giovanilese dell’universo mocciano. Non ha torto, anche se venendo da uno che si chiama Fiorello, viene chiamato Fiore, è nato con il karaoke, sa un po’ di umorismo involontario. E tuttavia, ha ragione anche Moccia: basta ascoltare qualsiasi conversazione dei propri figli o di figli di amici per accorgersi che è tutto un susseguirsi di Lolli, Poppi, Marty, Benny, Lory... Da questo punto di vista Moccia è un registratore fedele, così come lo è nel rendere i rapporti madre-figlia, più stretti, più complici e però più conflittuali di quelli paterni, sia per la comunanza dei sessi, sia per il protagonismo materno, incapace in fondo di rassegnarsi all’idea che, crescendo, la «bambina» diventi donna e voglia ragionare con la propria testa. In Ho voglia di te l’applauso liberatorio della platea giunge nel momento in cui, di fronte alla scoperta che «la sua piccola», minorenne, è incinta, la madre urla, si dispera e minaccia e il padre la zittisce: «Se la smettessi, almeno per una volta, e so quanto per te sia difficile, di rompere i coglioni...».
L’altro punto di forza è la musica. Per età Moccia appartiene a quella generazione del dopoguerra che fu la prima ad avere realmente una colonna sonora sentimentale. Il romanticismo musicale è un fenomeno che in Italia nasce alla fine degli anni Cinquanta, prima c’erano Papaveri e papere, Maramao perché sei morto, Vola colomba... e anche questo aiuta a capire il divario generazionale e lo scontro che ne seguì: un genitore cinquantenne degli anni Sessanta, non aveva nulla in comune con il proprio figlio ventenne: né letture, né musiche, né gusti. I ventenni di oggi godono invece di un’eredità che in qualche modo li vivifica e garantisce una sorta di osmosi. Battisti, Dylan, i Rolling Stones, Vasco Rossi, Jim Morrison, per fare solo qualche nome d’antan rappresentano una sorta di ponte generazionale e Moccia nei suoi romanzi lo rende con molta chiarezza, la musica come possibilità di comunicazione fra età differenti, come terreno comune d’incontro, ma anche come forma poetica di espressione giovanile, più e meglio della poesia tradizionale.
Poi ci sono i miti e i riti del passeggio, dell’atto e dell’incontro. Nei film, Ho voglia di te e il precedente Tre metri sopra il cielo, non sono resi benissimo, al di là di qualche immagine suggestiva di Roma fra l’Isola Tiberina, il LungoTevere, Ponte Milvio, o del viadotto di Corso Francia teatro delle gesta motoristiche del protagonista, ma nei romanzi Moccia disegna una coerente topografia dove chi legge può ritrovarsi e nella quale può prendere parte attiva: ristoranti, gelaterie, locali notturni, bar, piazze, parchi, palestre... E, naturalmente, le griffe della moda e dell’appartenenza, una sorta di uniforme, di segno distintivo di riconoscimento. Per quanto il tutto sia romanocentrico, è sufficientemente universale perché poi possa essere adattato nelle varie città di appartenenza.
Il realismo socialista applicato ai sentimenti significa anche il trionfo dell’amore, il «voglio la favola» con cui la Julia Roberts di Pretty woman rifiutava di essere soltanto un amante di lusso per il ricco Richard Gere... Moccia sa benissimo che nel XXI secolo il «principe azzurro» fa ridere, ma sa altrettanto bene che l’irrazionalità amorosa, la sua conquista e la sua perdita, può svilupparsi in tutta la sua devastante pienezza solo in quel territorio giovanile dove si è disposti a giocarla a tutto campo e dove è l’unica posta in palio che veramente interessi. Dopo ci sarà il cinismo, il disincanto, l’interesse e il quieto vivere, la responsabilità e la carriera... Così, racconta al suo lettore quello che il suo lettore si racconterebbe se lo sapesse fare: che è bello e ama una ragazza bellissima, che soffre, ma alla fine trionfa, che può essere sì sconfitto, ma non vinto, che c’è sempre una seconda chance, che la quotidianità può essere fonte di felicità, gioia, stupore... Non gli regala una vita meravigliosa, lussi, ricchezze, successi, ma gli fa credere che la sua vita possa essere comunque meravigliosa.
C’è chi per ambientazione, classe sociale, gusti estetici, coglie nei romanzi di Moccia degli elementi di destra, il che in un’era postideologica vuol dire tutto e niente. Lo Step di Ho voglia di te fa l’autore televisivo, l’Alex di Scusa, se ti chiamo amore, il pubblicitario, ma nel film come nelle seicento e passa pagine del romanzo, non c’è mai un solo accenno alla realtà politica, al suo presente come al suo passato. La diciassettenne Niki frequenta un centro sociale con la stessa indifferente naturalezza con cui fa surf a Fregene o gioca a pallavolo e mai che qualcuno si interroghi su dove stia andando l’Italia. Televisione e pubblicità vengono visti come soggetti neutri, dove l’unico elemento che conta è il risultato commerciale, il numero degli spot, il successo della campagna... Sotto questo aspetto destra e sinistra si equivalgono, funzionali soltanto a un gioco di schieramenti che maschera la sostanziale interscambiabilità dell’elettorato. Ciò che emerge, semmai, è l’ipocrisia a non volerlo ammettere, e in una società dello spettacolo quale è la nostra, la cartina di tornasole più evidente al riguardo è rappresentata dalle contorsioni mentali dei comici «impegnati», icone della sinistra di lotta, quando si debbono giustificare per aver partecipato ai cinepanettoni natalizi, ritenuti qualunquisti e «di destra». Nei romanzi di Moccia l’ipocrisia manca, perché se sei ipocrita a vent’anni, vuol dire che sei già vecchio. E il suo non è un Paese per vecchi.
Stenio Solinas