Le giovani musulmane ticinesi «Basta matrimoni combinati»

Costrette a tornare al Paese d’origine, alcune si rifugiano nelle case di accoglienza. Il Parlamento elvetico pronto a difenderle

Luciana Caglio

A 15 anni, Amira ha ottenuto, con buoni voti, la licenza in una scuola media luganese. Gli insegnanti e l’orientatore professionale le raccomandano di proseguire gli studi. Ma la ragazza, che pure è sveglia e ambiziosa, esita. E, finalmente, a una professoressa, con cui è entrata in confidenza, confessa che la famiglia si oppone. Per lei, è già pronto un altro avvenire: rispettando la volontà paterna, dovrà sposarsi in Marocco.
Amira non si ribella e accetta, rassegnata, un destino che le sembra ineluttabile. Ma che, in realtà, non lo è. Vivendo in Svizzera, potrebbe rifiutare il matrimonio forzato, che rappresenta un’evidente violazione dei diritti umani e, in particolare, della libera scelta del proprio partner. E, infatti, alcune giovani immigrate decidono di reagire a un’imposizione familiare ormai inconciliabile con il loro desiderio di emancipazione. Ma è un atto di coraggio difficile e rischioso.
Per sottrarsi alle nozze, imposte da un padre inesorabile e da un clan familiare compatto, le ragazze scappano di casa e trovano temporaneamente rifugio nelle Case delle donne, istituzioni destinate appunto ad accogliere persone in condizioni di emergenza, spesso drammatica.
In Svizzera, questi centri registrano, ognuno, in media cinque casi all’anno di fidanzate renitenti. Anche in Ticino, fra le ospiti della Casa Armònia di Tenero e della Casa delle Donne di Lugano figurano immigrate in fuga dal matrimonio forzato. E qui bisogna proprio parlare della punta di un iceberg, che porta alla luce soltanto una parte esigua di un fenomeno ben più vasto che sfugge alle statistiche ufficiali.
Secondo le valutazioni del capo della polizia degli stranieri di Berna, Alexander Ott, ogni anno nella capitale, 70-80 donne, in prevalenza musulmane, sono costrette a recarsi nella patria d’origine per convolare a nozze imposte. E chi non si piega alla tradizione, si espone a gravi conseguenze: la condanna morale dei familiari e peggio ancora. Nel maggio del 2001, in un villaggio del Canton Berna, una ventunenne turca, che si era rifiutata di sposare un cugino, fu pugnalata dai fratelli.
A queste giovani immigrate viene negato, così, il normale processo d’integrazione nella società che le accoglie, e di cui hanno assorbito sollecitazioni, pesantemente represse da un padre-padrone. Una situazione assurda che non ha mancato di suscitare l’allarmata attenzione degli ambienti femministi e politici.
In particolare, il movimento Terre des Femmes, sentinella dei diritti umani a favore delle donne, e il gruppo femminile del partito democristiano, si stanno impegnando per trovare una soluzione politica e giuridica al problema dei matrimoni forzati. «Si tratta di una costrizione inconciliabile con i principi fondamentali di uno Stato di diritto», aveva tuonato la deputata Erika Forster chiedendo il divieto di questa pratica per gli immigrati accolti in Svizzera e la relativa condanna sino a cinque anni di detenzione.
La proposta, accettata la scorsa primavera, dal Consiglio agli Stati, il Senato elvetico, è passata, adesso, al Consiglio nazionale, dove ha aperto un dibattito complesso. Le opinioni dei parlamentari appaiono divise: non certo sulla sostanza ma sulla forma. Si tratta di stabilire se il divieto del matrimonio forzato appartiene all’ambito della legge sugli stranieri o, invece, al codice penale: infatti, quest’abuso concerne anche immigrate naturalizzate, e quindi cittadine elvetiche.
E non manca neppure chi mette in dubbio l’efficacia stessa di una misura legale che si scontra con la barriera dell’omertà familiare. Quante ragazze oseranno denunciare il padre per il reato di cui sono vittime? Riemerge, insomma, il problema dello scontro di mentalità e di culture. E non è mancata l’allusione «politically correct» al pericolo di fomentare l’anti-islamismo. Ma, come ha precisato Regina Probst, di Terre des Femmes, la tradizione del matrimonio imposto non è soltanto musulmana: appartiene anche agli usi e costumi di altre civiltà, in India, in Pakistan, fra i Tamil.
E da qui, le recenti correnti migratorie, l’hanno importata, subdolamente, in Svizzera dove costituisce una flagrante violazione delle libertà garantite dalla Costituzione.