Giovani pirati, libertà senza scuse

In silenzio il minorenne. Il più grande difeso dai compagni di scuola: «È un bravo ragazzo»

nostro inviato a Bormio
Sono tornato a rivedere il punto in cui il piccolo Renzo, quell’altro sabato, è morto investito dai due ingiubbonati che filavano su una di quelle micidiali trappole a motore che infestano città, valli, pianure; e non si sa se facciano più danni queste, che di ruote ne han due, o quelle altre, che di ruote ne han quattro. Sono tornato come in una specie di piccolo pellegrinaggio privato, per dire al piccolo Renzo Giacomella, che aveva tre anni, che mi dispiace due volte. Per quello che gli è successo, e per come è finita. Lui morto, e ancora non si era praticamente neppure affacciato alla vita, mentre i due sventurati che lo hanno spazzato via come al bowling sono già a casa, dopo una manciatina di giorni di carcere. Come se avessero fatto solo una bischerata.
Sul bordo dello stradello, lì dove avvenne l'incidente, c'è solo un mazzolino di fiori freschi. Gli altri, le azalee, le margherite, i ciclamini, sono già smunti e appassiti dal freddo che dopo il tramonto cala dalla cima del Vallecetta, già imbiancata di neve. Resistono, macerati dalla guazza notturna, i due foglietti su cui sono state scritte le parole che pubblichiamo qui accanto. «Ora da lassù - si legge in una di esse - sostieni mamma e papà e illumina il cuore di colui che barbaramente ti ha spezzato la vita e aiutalo a portarlo sulla retta via. Ci mancherai tantissimo, piccolo angelo».
Parole scritte quando ancora Michele S. e Luca Martinelli, gli smarmittanti di Bormio e di Valdisotto se ne stavano alla larga, e vigliacco se uno dei due ebbe il coraggio di presentarsi ai carabinieri a dire che sì, erano stati loro due.
Invece, niente. Neppure ora che sono liberi hanno pensato di rivolgere, magari attraverso il taccuino dei cronisti, qualche parola di scusa ai genitori del piccolo Renzo. Luca, che ha 18 anni, è entrato all'istituto tecnico di Sondrio dove studia alla seconda ora, per dribblare telecamere e giornalisti, e se l'è filata da una porta secondaria al termine delle lezioni, a bordo dell'auto dei genitori. Destinazione, il convitto «Piazzi», dove ha obbligo di dimora. «È frastornato, confuso»,lo giustifica il rettore del convitto, Simonpietro Picceni. «I giornali e la tv hanno montato il caso. Luca è un bravo ragazzo», lo difendono i compagni della quarta C all'Itis, indirizzo elettrotecnica e automazione. L'altro, Michele S., che era alla guida della moto assassina, è chiuso in casa. Lo aspettavano sul cantiere edile di Valdidentro, dove il centauro che viaggia a fari spenti sulle ciclabili fa il manovale, ma non si è visto. «Non è psicologicamente ancora in grado di riprendere il lavoro. Ha bisogno di tranquillità - lo difende l'avvocato Giuseppe La Capria -. Al momento rimane in casa circondato dall'affetto dei suoi cari». Fa i conti con i suoi sensi di colpa, si spera. Mario, suo padre, risponde al telefono. «Stiamo molto male - dice -. Mio figlio poi sta malissimo, non è in grado di parlare. E la pressione della stampa ci fa stare ancora peggio».
Dolori e silenzi contrapposti. Anche Sergio Giacomella, il papà del piccolo Renzo, non ha più nulla da dire. Ne avrebbe, cioè, ma il suo avvocato gli ha detto di star buono, che se no sembra che vadano in cerca di pubblicità. Così, quando apre la porta di casa, lo fa giusto per salutare i cronisti che in questi giorni sono saliti fin quassù a fargli un po' di compagnia. «Come sto? Come volete che stia - mormora sull'uscio quest'omone che con un cazzotto avrebbe fracassato la moto dei due balordi -. Prima c'era il dolore per la perdita del piccolino. Ora sento che quei due sono tornati a casa. E il dolore aumenta. Perché secondo me, dài, non è giusto».