Giovani in rivolta: rabbia contro l’integrazione

L'insurrezione delle periferie parigine e francesi non rientra facilmente negli schemi usati per interpretarle. La prima è la più conforme alla lettura tradizionale della sinistra, che vede nel dissenso sociale una domanda di partecipazione sociale e quindi la interpreta come una richiesta esasperata di riformismo. In Francia questo significa spesa pubblica e intervento pubblico. Il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, è stato l'interprete del problema delle periferie parigine in termini riformisti prima che l'evento della protesta accadesse. Tuttavia egli è diventato l'obiettivo della protesta solo perché ha designato con il termine "recaille" (feccia) gli insorti delle periferie.
Un'altra interpretazione è quella di vedere l'insurrezione delle periferie francesi un’espressione di nuovo tipo del movimento no global, una protesta conscia contro un modello culturale mondiale che si imponeva alle loro nazioni. Ambedue i modelli hanno la caratteristica di comprendere l'insurrezione come interna alla cultura occidentale, quindi sociale in un caso, antiamericana in un altro. Si cercherebbe invano queste componenti politiche occidentali dentro gli eventi parigini. Non sembra affatto che vi sia una piattaforma di richieste alla base delle proteste e che esse non siano proteste ma rivolte; cioè che non abbiano obiettivi che una politica di riforme possa affrontare.
Molti dei fallimenti scolastici degli studenti delle periferie hanno come causa la difficoltà a integrarsi nel modello educativo francese: essi sono discriminati non da un’intenzione politica, ma da una differenza originaria dovuta alla provenienza musulmana dei giovani delle periferie.
Non vi è nemmeno cenno nel movimento di insurrezione di una qualunque dimensione antiamericana o antiglobalizzazione. Il fatto nuovo è che il movimento non ha altro linguaggio che la violenza, ma una violenza mirata proprio contro le strutture di integrazione, non dà parole alla sua rivolta altro che attaccando i poliziotti e anche i cittadini. Il fatto di essere senza linguaggio indica che ogni rapporto è rotto con il mondo francese che circonda le periferie e che l'estraneità è radicale, tanto da escludere per principio i mezzi di comunicazione: la parola e la politica.
Questo è un fatto interamente nuovo e non può non essere considerato che una nuova forma del rigetto islamico dell'Occidente, in questo caso della politica di assimilazione tentata dalla Francia in nome della Repubblica.
La componente islamica dell'insurrezione non consiste in questo caso in una adesione ad alcuna corrente islamista. In Gran Bretagna la relativa integrazione sociale del mondo islamico ha reso possibile una protesta terrorista, infine una protesta di minoranza. In Francia invece è nato un fatto nuovo, la protesta di maggioranza che assume della linea islamista solo la totale rottura con l'Occidente. Proprio grazie al fatto di non avere parole, l'insurrezione parigina è stata di massa, ha espresso uno scisma all'interno della nazione. E non a caso la posizione del governo francese, proprio nella persona del presidente del Consiglio che voleva da sempre evitare le fratture sociali, è stata quella di ripristinare la legge dell'emergenza introdotta nei tempi della guerra algerina, quando fallì drammaticamente il tentativo di integrare i musulmani di Algeria nella nazione francese. Il termine che va dunque usato per spiegare i movimenti parigini è dunque proprio quello di insurrezione. Può essere che la fiammata cessi ma il problema rimane. Non esiste soluzione al problema di integrare nella forma culturale e politica della nazione europea i musulmani da quando nel mondo musulmano è cominciata la ricerca di una identità islamica totalmente alternativa a quella occidentale.
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