Giovani senza teorie

Esito di fronte al discorso storico sul cinema italiano, come quello di Maurizio Cabona sul Giornale di ieri, traendo lo spunto da libri che esaminano il cinema di ieri (dei «telefoni bianchi») per riflettere sul cinema di oggi (dei «telefonini neri»).
Nel 1940 ho infatti cominciato la mia carriera da assistente alla regia di Soldati, che girava Piccolo mondo antico con Alida Valli - meno per cinefilia che per campare allegramente. Vivevo alla giornata, non mettevo in pratica delle teorie. Era l’epoca in cui i «telefoni bianchi» squillavano sempre meno, perché già si profilava il neorealismo. Più tardi io sarei stato iscritto al «neorealismo rosa», come lo chiamavano certi critici per sfottere chi s’accontentava di fare cinema di consumo, anche se poi quei film erano densi di riferimenti alla realtà politica: del resto non volevo atteggiarmi a critico del «sistema».
Agli inizi della mia carriera, dunque, la vita del regista era comoda, ma con la tv, poi, è successo quel che è successo. Però non penso che il cinema italiano sia morto: caso mai è morto un modo di fare cinema e se ne farà un altro, in altro modo. Vedo ancora del bel cinema italiano, per il quale c’è però poco spazio, visto che quello americano presidia le sale. Capita spesso che i film italiani possano uscire solo d’estate, che da noi, a differenza che negli Stati Uniti, è una stagione infelice; quando escono d’inverno, certi film italiani (di Parenti, di Pieraccioni) incassano ancora più di quelli americani. Ciò per la quantità. Ma c’è anche qualità. Cito i primi film che mi vengono in mente: Muccino con L’ultimo bacio e Ricordati di me; Garrone con L’imbalsamatore; Virzì con Caterina va in città; Avati con La seconda notte di nozze; Placido con Romanzo criminale; Soldini con Pane e tulipani. Se fossero usciti venti o trent’anni fa, avrebbero il loro posto nella piccola storia del cinema italiano. Perché la rivalutazione dei miei primi film - ma anche di quelli di Monicelli, Rossellini, De Sica - è stata del resto un’onda di ritorno dalla Francia: la critica transalpina ha aperto gli occhi a quella italiana.
Ormai le sale cinematografiche restano solo nelle grandi città, dunque il cinema si vede ancora, ma in modo diverso; e si fa ancora, ma in modo diverso. Il digitale lo mette alla portata di tutti e ormai il regista è pari allo scrittore, cui occorre per il suo romanzo solo carta e penna.
Dino Risi