«Giovanissime e sempre più precarie», ecco le lucciole in Lombardia

I risultati dell'attività di prevenzione e aiuto della Caritas Ambrosiana: sui marciapiedi oltre 2mila donne. Aumentano le romene, di meno le albanesi. Cambia la relazione con gli sfruttatori: da schiavitù a «rapporto negoziale», tranne per le nigeriane: la loro è una drammatica odissea

Le lucciole come specchio e immagine, uguali e opposte, delle dinamiche d'immigrazione in Lombardia. Le romene che scalzano le albanesi, l'età media che si abbassa sotto la soglia dei 24 anni, molte non sposate, poco o per nulla scolarizzate, sempre più impoverite dal racket. Il profilo delle oltre 2mila donne (2.079) avvicinate in sei mesi (nel 2008) da volontari e operatori di Caritas Ambrosiana e Osservatorio regionale per l'integrazione e la multietnicità, in un rapporto che svela aspetti nascosti del fenomeno della prostituzione straniera di strada.
Tredici unità di strada che hanno percorso a tappeto chilometri d'asfalto in città e in provincia, arrivando a constatare che i tre quarti delle schiave della tratta proviene ormai dalla Romania (32,3 per cento), dalla Nigeria (30,7%) e dall'Albania (11,4%). Con le prime quasi dieci volte più numerose rispetto a solo 7 anni fa. Testimonia il lavoro di assistenza fatto in questi mesi suor Claudia Biondi, responsabile Caritas del settore «Area di bisogno». «Come prima cosa possiamo dire con certezza che a spingere le ragazze a vendere il proprio corpo è la necessità economica, una costante praticamente da sempre. Dalla Romania, in particolare, arrivano le giovanissime. Il loro stato di deprivazione materiale e culturale le "costringe" di fatto a prostituirsi pur di accedere, seppure in minima parte, agli standard di consumo dell'occidente».
Dall'indagine emerge però una novità sostanziale, che suor Claudia riassume così: «Le donne oggi sono più consapevoli in confronto al passato di venire in Italia per prostituirsi- Questo è vero soprattutto per quelle che provengono dall'Est: la relazione tra le vittime e i trafficanti, poi, s'è modificata nel corso degli ultimi anni. All'inizio - spiega la coordinatrice del progetto di monitoraggio - era basata principalmente sulla minaccia fisica; adesso è diventata un rapporto per molti versi "negoziale", nel senso che alle donne è garantito dagli sfruttatori una specie di stipendio, cioè parte dei proventi dell'attività, in cambio di protezione. Sia chiaro, ciò non significa che queste possano esercitare liberamente. Per questo, forse, le albanesi che hanno chiesto aiuto per uscire dal racket sono diminuite ancora e oggi non superano il 6 per cento del totale».
Violenza che assume forme diverse sulle nigeriane, le più esposte in assoluto. «La loro vicenda comune è perfino più drammatica. In Africa vivevano in villaggi rurali, raccontano spesso di aver attraversato il deserto a piedi - ricostruisce suor Claudia -, di essersi imbarcate in Libia e di essere state nei centri di identificazione di Crotone o Lampedusa. È lecito perciò supporre che la malavita internazionale abbia mutato strategia e stia cercando di usare i percorsi previsti per i rifugiati politici per introdurre nel nostro paese "carne" da avviare al mercato del sesso». Insomma, ipotizzano gli operatori dell'osservatorio, con ogni probabilità esistono veri e propri collegamenti tra le organizzazioni che reclutano vite umane nelle campagne nigeriane e preparano i viaggi in Europa, tra chi le rintraccia nei centri di prima accoglienza con l'obiettivo di portarle sui marciapiedi. Un'odissea che si traduce per le vittime in un debito da riscattare verso gli sfruttatori pari, in media, a 80mila euro, mentre una prestazione sessuale ai clienti viene concessa a un prezzo massimo di 30 euro. È l'orribile matematica dello sfruttamento. Non a caso, sono nigeriane le metà delle donne ospitate nelle case protette della Lombardia (una su due chiede auto dopo un anno, il 30% dopo tre anni), avvalendosi di quanto previsto dall'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione.
Infine il capitolo della prostituzione maschile, pari al 5 per cento delle presenze in strada. Quello degli uomini e dei transessuali è un mercato notevolmente più parcellizzato, in quanto provengono da 16 paesi differenti, prevalentemente urbano e per diversi aspetti fuori dagli schemi.
Galassia composita, da affrontare, secondo il direttore della Caritas Ambrosiana don Roberto Davanzo con «una lotta su tre direttrici: la repressione contro le organizzazioni criminali, certo, ma anche l'accompagnamento sociale delle vittime e un grande sforzo culturale per colpire una domanda che non accenna a diminuire». Di sicuro la sfida più ardua.