Giovanna, la pazzia di regnare davvero

La vita della figlia dei «re cattolici» Ferdinando e Isabella narrata da Edgarda Ferri

Ci sono personaggi che hanno conquistato un posto di rilievo nella storia con sforzi e sacrifici, grazie a capacità a volte indiscutibili. Sono giganti che affermano il proprio ruolo partendo da condizioni marginali, risalgono tutta la scala sociale per collocarsi ai suoi vertici, ad un livello inaspettato. Sono i beniamini dell’immaginario collettivo, gli esempi del successo meritato sul campo, conquistato con la capacità, l’impegno e la dedizione. Sono i paladini di una visione in qualche modo democratica degli accadimenti.
Le prove viventi del fatto che la strada del successo è aperta a tutti. Quando ci si riferisce a questo tipo di personaggi Napoleone è il primo nome che balza in mente, ma non soltanto le grandi figure dei figli delle rivoluzioni, come Lenin o Mao-Tse-Tung, appartengono a questa categoria. Il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln era di umili origini, come il grande papa Giovanni XXIII. Esistono di contro figure dalla personalità molto meno marcata che vengono poste al centro degli avvenimenti dalla nascita, o da un intreccio di eventi estranei a loro e alla loro volontà. Personaggi che si trovano quasi senza volerlo ad uno dei grandi crocicchi della storia dell’umanità, nel quale gli avvenimenti sembrano accalcarsi.
Giovanna di Castiglia e Aragona, poi detta «la Pazza», visse in maniera dolorosa questa condizione. Erede delle maggiori corone delle penisola iberica, riunite dai suoi genitori Isabella e Ferdinando, i cosiddetti Rejes Catolicos, andò in sposa giovanissima al quasi coetaneo Filippo d’Asburgo, detto il Bello. Si trattava di un matrimonio politico, di un tassello geniale della trama matrimoniale tessuta dalla diplomazia borgognona per legare in un gigantesco progetto antifrancese tutti gli oppositori della potenza nascente. La strategia avrebbe tenuto per quasi due secoli, collegando i due rami asburgici di Spagna e d’Austria in uno sforzo di egemonia continentale fallito probabilmente solo a causa della riforma protestante e delle guerre di religione che dilaniarono l’impero tedesco.
Ma dentro alle trame della politica finì col nascondersi un sentimento sincero. I due giovani rampolli delle maggiori dinastie europee si amarono veramente. Ebbero due figli, Carlo e Ferdinando, capaci di collaborare lealmente per tutta la vita e destinati ad essere entrambi imperatori del Sacro Romano Impero. Agli inizi del Cinquecento però la vita umana, anche quella dei più nobili e ricchi, era sempre esposta a gravi rischi. Filippo d’Asburgo morì nel 1506, ben prima di aver compiuto trent’anni. Per Giovanna fu un colpo terribile, dal quale non si riprese mai.
Secondo alcuni i suoi nervi erano sempre stati poco saldi e solo l’affetto ricambiato per il marito le aveva permesso di conservare il proprio equilibrio fino alla sua scomparsa. Altri sostengono invece che la vicenda della sua pazzia sia legata proprio al trauma della morte di Filippo e della solitudine nella quale venne a trovarsi da quel momento in poi. Fatto sta che la sua vita fu ancora lunga. Aveva infatti oltrepassato i settantacinque anni quando si spense nel 1555, poco prima che il figlio maggiore, divenuto imperatore con il nome di Carlo V, abdicasse al titolo in favore del fratello minore e si ritirasse in convento, dove trascorse gli ultimi anni.
Dal castello di Torresillas, dove passò oltre quarant’anni in una situazione a metà fra la reclusione e il ritiro volontario, Giovanna osservò le vicende del mondo che cambiava: l’impero di Carlo V che sembrava destinato ad abbracciare tutto il mondo conosciuto, del quale ormai facevano parte anche le Americhe, e la cristianità sconvolta dal sorgere del protestantesimo che ne spezzava in modo definitivo l’unità.
Le vicende di questa donna, la sua vita ricca più di sofferenze che di gioie, viene raccontata con buona penna da Edgarda Ferri, che soprattutto non dimentica di collocare con cura la protagonista nel contesto delle vicende alle quali la sua nascita le consentì di partecipare e delle quali la sua (per l’epoca) lunghissima vita le permise di essere testimone qualificata. Per quanto la sua debolezza nervosa la costringesse ai margini della scena.