Giovanni Raboni cronista critico del ’900 in versi

Manca, Raboni, alla poesia e alla cultura italiana, della quale era invidiabile - e invidiato - protagonista da almeno un trentennio. Questo vuoto lo avverte anche chi non ne condivise, in tempi recenti, la durezza dei giudizî politici, sulle posizioni della sinistra più radicale. Ma nessun preconcetto o dogmatismo interveniva a velargli la libertà del giudizio in letteratura.
È uscito da Garzanti un corposo volume, La poesia che si fa (pagg. 415, euro 19,50), una «cronaca e storia del Novecento poetico italiano» ricavata dall’assemblaggio di pagine critiche raboniane per lo più note agli specialisti ma talune anche rare o disperse e qui recuperate dal curatore, Andrea Cortellessa. Quel che un po’ sapevamo, a proposito degli autori-guida ovvero fraterni a Raboni (da Rebora a Tessa e a Betocchi, da Sereni a Luzi e, acquisizione più tarda, a Fortini), e degli autori per indole e per esiti irrimediabilmente estranei al suo mondo (Pasolini), nella materia così vasta e capillare ordinata e interpretata da Cortellessa nella postfazione diventa più sicuro e più chiaro. Ciò non vuol dire inattaccabile al dubbio: anzi, una sorta di positiva perplessità caratterizza e scandisce lo stile di Raboni critico (figura inseparabile da quella del poeta, ce lo ha rammentato Marco Marchi alla giornata di studi su Raboni tenutasi il mese scorso a Firenze), quasi a segnalare che nessuno più di lui è disposto ad accogliere suggerimenti e integrazioni per la cornice entro cui preferisce collocare non la Poesia, in assoluto o come valore teorico, bensì i poeti in esercizio, i testimoni in atto di una poesia che concretamente «si fa».
Di una «simpatia» che nel rapporto con altri poeti può produrre una sorta di specularità simpatetica ha dato significativi referti al convegno fiorentino Maria Antonietta Grignani, scrutinando le pagine di Raboni su Sereni e, in parallelo, di Sereni su Raboni. Ma il supporre che ciò dipenda primariamente dalla comune origine lombarda sarebbe un’ipotesi limitativa, e lo si è ribadito, anche dove Paolo Maccari ha esposto il «manzonismo» di Raboni. Sia Concetta di Franza sia Massimo Raffaeli hanno illustrato brani di scoperto impegno civile, protestatario, dettati all’epoca dei tragici eventi milanesi sulla soglia del 1970 (le bombe di piazza Fontana e il séguito). Un’intima coerenza lega le fasi di questa poesia (Raboni esordisce nel 1961, alla vigilia dei trent’anni), lo hanno mostrato Fernando Bandini e dopo di lui Cortellessa. E se Pietro Gibellini ha rilevato le sottili ambiguità implicite in passi che sembrerebbero di presa facile e immediata, Gabriele Frasca ha messo a punto la tecnica del Raboni artefice, nell’ultimo decennio, di suggestivi sonetti che ricalcano e insieme strapazzano il secolare, glorioso modello.
Raboni lascia spunto ai filologi per utili raffronti tra le diverse redazioni a stampa di parecchi testi. Ne ha riferito Rodolfo Zucco, alle cure del quale si affida il «Meridiano» che Mondadori ha in programma per l’autunno del 2006. Una schietta, coltivata intelligenza ha fornito a Raboni gli strumenti per far fruttare quella grazia che non a tutti è concessa e che talora piove su chi non sa approfittarne.