GIOVANNI XXIII Il Papa che voleva dimettersi

Nel luglio ’43 scrisse sul diario: «Il ritiro di Mussolini dal potere è atto di saggezza che gli fa onore. Non getterò pietre contro di lui. Resta il gran bene che ha fatto all’Italia»

Q uasi ottocento pagine, dense di inediti, documenti, annotazioni, diari e testimonianze, per ricostruire a tutto tondo la figura del «Papa buono», al di là delle visioni agiografiche e soprattutto di quelle ideologiche che l’hanno dipinto come un campione del progressismo contrapponendolo ai suoi predecessori e persino ai suoi successori. Un volume monumentale per sottrarre Giovanni XXIII al mito e consegnarlo finalmente alla storia. È questa l’opera di Marco Roncalli, giornalista e saggista, pronipote del Pontefice dichiarato beato nel 2000, che Mondadori manda oggi in libreria (Giovanni XXIII. Una vita nella storia, pp. 791, euro 26): una biografia frutto di un lavoro durato vent’anni, che contribuisce a far luce su molti episodi della vita di un grande protagonista della storia del XX secolo.
Grazie alle pagine di Roncalli, scopriamo ad esempio che nella fase finale della malattia – un cancro allo stomaco – Giovanni XXIII era stato sfiorato dall’idea di abbandonare l’incarico. Il Papa non era stato informato se non all’ultimo della gravità della malattia, presentatagli sempre dai medici come «gastropatia» ma durante la settimana santa del 1963 aveva parlato di dimissioni con il suo confessore. Era noto che Pio XII avesse ragionato su questa possibilità (nel caso Hitler avesse invaso il Vaticano per deportarlo), ed è documentato che ci abbiano effettivamente pensato sia Paolo VI che Giovanni Paolo II, per motivi di salute. Ma fino ad oggi nessuno sapeva che anche il «Papa buono» aveva preso in seria considerazione l’idea.
È quanto emerge da un testo inedito del segretario, Loris Capovilla, che in una memoria intitolata «Il Papa può dimettersi», scrive: «È scolpito nitidamente nella mia memoria il colloquio col vescovo Alfredo Cavagna, confessore e consigliere di Giovanni XXIII, un venerdì di quaresima 1963, pomeriggio, di cui all’istante non fissai sulla carta il contenuto: monsignore esce dalla stanza del Papa dopo averne ascoltato la confessione ed essersi intrattenuto con lui a lungo sugli schemi del Concilio. Mi fa chiamare in salone e senza preambolo, supponendo forse che io sapessi qualcosa, mi dice che il Papa non può dimettersi. Lo esclude Pio XII nella Costituzione De Sede Apostolica vacante (8 dicembre 1945), e cita il paragrafo 99... È evidente che nel corso della conversazione, Giovanni XXIII, considerato il suo stato di salute e in previsione dell’immane lavoro previsto nella prosecuzione del Concilio, deve essersi dichiarato disposto a rinunciare al papato. Rispondo a monsignor Cavagna, che mi pone il quesito: “Conosco la Costituzione di Pio XII, letta durante il Conclave del 1958. Con quella esortazione Pio XII incoraggia il designato ad accettare il voto dei cardinali elettori e a non sottrarsi alla volontà divina. Non tocca per nulla il tasto delle dimissioni”. Monsignor Cavagna non insiste oltre, e mai più tornerà con me sull’argomento. Papa Giovanni con me non fece alcun cenno in proposito. In lui l’abbandono in Dio faceva tutt’uno con la sua fede: Voluntas Dei pax nostra».
«In questa frase – scrive Marco Roncalli nella biografia – troviamo ancora una volta la chiave per avere risposte. Insomma, in un colloquio col suo confessore l’ipotesi di rinuncia al papato è stata presa in considerazione, ma anche il pontefice – per Giovanni XXIII – ha un Superiore».
Nel libro sono ricostruite, con dovizia di particolari e una ricchezza fino ad oggi sconosciuta di fonti documentali, anche tutte le fasi della cosiddetta «apertura a sinistra» che avviene in Italia all’inizio degli anni Sessanta. L’atteggiamento meno intransigente nei confronti dell’Unione Sovietica di Kruscev emerge ad esempio da un altro appunto di Capovilla, dedicato alla discussione tra Giovanni XXIII e i suoi collaboratori sul comportamento da tenere in caso di visita a Roma del presidente sovietico. Che cosa avrebbe fatto il Papa? «Nel 1962 – annota il segretario di Roncalli – lo stesso cardinale Domenico Tardini, Segretario di Stato di Giovanni XXIII, affermò categoricamente: “Se Nikita Kruscev viene a Roma, il Papa va a Castel Gandolfo, come Pio XI nel 1938”. Al che, mitemente, Giovanni XXIII replicò: “Perché dovrei scappare? Se viene, io resto a casa mia. Se chiede di vedermi, lo ricevo. Ascolto quel che vuol dirmi, e replico riaffermando che la Chiesa niente altro domanda se non di assolvere ai suoi doveri”». Così continua Capovilla: «Il cardinale Mario Nasalli Rocca, che nel 1938 era cameriere segreto partecipante, mi disse: “Pio XI era dispiaciuto che Hitler non avesse chiesto udienza. Desiderava riceverlo per cantargliele”». In effetti, anche Pio XI, al contrario di quanto si è pensato e scritto per decenni, non aveva lasciato Roma in segno di protesta per la presenza di Hitler, ma aveva tentato fino all’ultimo di poterlo incontrare per parlargli della persecuzione della Chiesa in Germania. Dunque il comportamento di Papa Roncalli anche in questo caso sarebbe stato in linea con quello dei suoi predecessori.
Ma sulle intenzioni di Kruscev Giovanni XXIII non si faceva particolari illusioni. Quando per la prima volta il leader sovietico, che continua a proclamarsi comunista e ateo, parla bene del Papa in un’intervista, la notizia arriva sul piccolo schermo attraverso la Rai. Giovanni XXIII scrive: «A sera alla Tv c’è la comunicazione di Kruscev, il despota della Russia, alle mie invocazioni agli uomini di Stato per la pace: rispettose, calme, comprensibili. Credo sia la prima volta che le parole invitatrici alla pace del Papa siano state trattate con rispetto. Quanto alla sincerità delle intenzioni di chi tiene a professarsi ateo e materialista, anche quando dice bene della parola del Papa, il crederci proprio è tutta un’altra cosa. Intanto meglio questo che il silenzio o il disprezzo. Deus vertat monstra in bonum (Dio trasformi in bene le cose incredibili)».
Significative, nel luglio 1943, erano state le parole con cui l’allora monsignor Roncalli, delegato apostolico in Turchia e Grecia, aveva accolto la caduta del Duce, annotando sul diario: «La notizia più grave del giorno è il ritiro di Mussolini dal potere. L’accolgo con molta calma. Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza, che gli fa onore. No, io non getterò pietre contro di lui. Anche per lui sic transit gloria mundi. Ma il gran bene che lui ha fatto all’Italia resta. Il ritirarsi così è espiazione di qualche suo errore. Dominus parcat illi (Dio abbia pietà di lui)».
Mentre coloro che hanno voluto dipingere il futuro Papa come un progressista in materia liturgica dovrebbero ricredersi leggendo questo brano del diario, scritto dall’allora nunzio apostolico Roncalli a Parigi: «2 dicembre 1951. Assistetti alla Messa a San Severino. Presi freddo e mi nocque. Musica assai migliorata ma la Messa face au peuple (con l’altare rivolto verso i fedeli) è una contraddizione grave alle leggi liturgiche. Tutto il Canone pronunciato a voce alta e non in secreto come prescrive il Messale... Avvertii in debito modo il parroco Connan della gravità di questo abuso e credo che sarà arrestato. Oh! Che pena con queste teste ardenti e un po’ bislacche».
Infine, dato che siamo ormai alla vigilia del delicato viaggio in Turchia di Benedetto XVI, che a Istanbul alloggerà nella stessa casa dove viveva il delegato apostolico Roncalli, è significativo citare un brano dell’agenda datato 3 febbraio 1937, nel quale si legge un giudizio del futuro Giovanni XXIII su Ataturk: «Il progresso tecnico e materiale per lo spirito ancora nulla: o meglio la esclusione di ogni culto a Dio sotto qualsiasi forma. Questo significa scavare, non costruire. Speriamo che anche la costruzione venga, e al posto di Maometto torni Gesù Cristo a regnare da queste rive piene di incanto».