Il giovin scrittore? Dopo un romanzo fa già il maestrino

Attention, s’il vous plaît: siamo sicuri che da noi i vecchi siano da rottamare e i giovani da spingere? Nel mondo del lavoro forse sì, ma chi sono gli sfigati e i bamboccioni in letteratura? Non che si pretenda di trovare l’America in Italia, là ci sono i Pynchon e i Roth e i Vollmann e i DeLillo e perfino i Wallace morti giovani e suicidi ma con romanzi infiniti. E anche Joyce Carol Oates non sarà James Joyce ma è una settantenne vitale come uno tsunami: settanta libri pubblicati, e solo perché tra un romanzo e l’altro ne scrive un terzo che non pubblica, e non sono niente male. L’ultimo, appena uscito in Italia e pescato dalla Mondadori tra le decine di libri ancora non tradotti, potrebbe passare tranquillamente per un nuovo romanzo di Philip Roth: si intitola La ragazza tatuata e il protagonista è un professore ebreo stritolato tra pulsioni d’amore e di morte e tormenti olocaustici, e stilisticamente non ha niente da invidiare a uno degli ultimi romanzi di Roth, è perfino dedicato a lui perché in America tra grandi ci si stima. La Oates insegna scrittura creativa all’Università di Princeton, ma da noi non l’avrebbero presa neppure alla scuola Holden, troppo prolifica.
Qui, si sa, non solo Steve Jobs sarebbe morto di fame molto prima di morire di cancro, ma siamo talmente fissati con gli esordi che appena un giovane esordisce non lo si aspetta al varco del secondo o terzo o quarto romanzo ma lo si arruola in qualche importante terza pagina, per paura che continui. Gli editori, d’altra parte, cercano qualcun altro da far esordire, perché l’esordiente non produce più e pretende già la pensione, neppure avesse esordito con la Recherche. Tranne il povero Antonio Moresco, che da vent’anni continua a esordire con romanzi sempre più imponenti perché è rimasto alla vecchia scuola che per essere presi sul serio si debba scrivere dei capolavori, qualcuno lo fermi, tanta fatica per nulla.
In letteratura non conta che l’esordiente sia di successo o di insuccesso, anzi se sfigato, nella nobile accezione tecnica del viceministro Martone, è pronto per fare carriera. Già i trentenni-quarantenni denominatisi TQ stanno raccogliendo i frutti seminati in un paio di rumorosi convegnetti cimiteriali nei quali chiedevano un posto di lavoro perché si erano stancati senza fare niente, che paraTQuli. Basta guardare le due splendide new entry del Corriere della Sera: Gilda Policastro e Veronica Raimo. Entrambe sono ragazze molto carine, e entrambe hanno appena un romanzino senza infamia e senza lode all’attivo, perfette per rappresentare i giovani. Come le ragazze zero di Santoro, come Giulia Innocenzi, che ha fatto il percorso inverso, da Annozero al romanzino, e lo ha intitolato pure Meglio fottere, io l’avrei presa in parola e invitata a cena e invece l’hanno messa fissa lì al Servizio Pubblico.
Tra l’altro questi giovani scrivono come reperti degli anni Settanta. Non copiano i grandi scrittori, come la Oates che si confronta con Roth e Faulkner, copiano i cattivi critici, La Porta e Berardinelli, secondo i quali non ci sono più i romanzi. Isabella Santacroce è snobbata perché troppo scrittrice, invece la Raimo, non essendosi mai occupata d’arte né di altro, discetta di Damien Hirst con Tommaso Pincio, e a leggerla ci viene voglia di andare in discoteca o perfino a letto con Gillo Dorfles. Comunque non paragonabile al pensiero più importante della scandalosa Gilda, il famoso articolo sullo stile: «Ciò che manca ai romanzi nostrani è più propriamente la lingua, che è dallo stile differente, pure se a esso inevitabilmente connessa, e senza distinguere il codice convenzionale di espressione dalle sue varianti diafasiche o dal suo inveramento individuale...», Asor Rosa e Giulio Ferroni al confronto sembrano più giovanilisti di Jovanotti.
Anche al Sole24ore si sono svolti tanto splendidi quanto sfigatissimi dibattiti sulla letteratura. Memorabili quelli tra Christian Raimo, fratello della suddetta Veronica, presenzialista in ogni riunione mortuaria di giovani e regolarmente sfornito di opere, e Gabriele Pedullà, che essendo figlio di Walter Pedullà ereditò subito il curriculum del padre, infatti il primo impiego, ironia della sorte, fu su Alias. Per salvarci dalla tristezza di tanto in tanto chiamano Lagioia, per niente prolifico e molto presente e molto TQ e molto minimum fax come gli altri. Tant’è che per qualche tempo nell’ambiente si vociferava che la minimum fax si fosse comprata il Sole o forse direttamente la Confindustria, altrimenti non si spiegava. Anche perché le top model della narrativa esordiente, come già detto, si stavano dirigendo verso La lettura di Via Solferino.
In questo paese di giovani senza opere gli unici aneddoti edificanti ce li danno i vecchi, purtroppo ancora intellettualmente troppo moderni per essere compresi dai giovani e non fraintesi dagli altri vecchi mai stati giovani. Alberto Arbasino, che esordì appena trentenne con Fratelli d’Italia, mica con La ballata delle prugne secche, si chiederebbe banalmente come fa a insegnare architettura chi non è stato capace di costruire nemmeno una capanna. Ma il migliore ce lo racconterebbe mon chéri Aldo Busi, quando pur avendo scritto già tre romanzi come Seminario sulla gioventù, Vita Standard di un Venditore Provvisorio di Collant e La Delfina Bizantina, si trovò a dover dichiarare la professione sul passaporto. L’amico che lo accompagnava gli suggerì di mettere scrittore: «ma io ebbi la sensazione che, se avessi messo scrittore, sarei rimasto barista a vita. Invece ho messo barista, tiè!». Altri tempi, oggi con trenta colpi di spazzola metteva scrittore, collaborava con Sette, e faceva la principessa sul pisello a vita.