Il gip di Perugia inguaia l’ex pm «Anche Toro dentro il sistema»

Conferma delle misure restrittive, e dell’intero impianto accusatorio. Il gip di Perugia Paolo Micheli, con un provvedimento autonomo che sposta «doverosamente» nel capoluogo umbro la competenza dell’inchiesta, sposa le conclusioni della procura di Firenze in merito alle posizioni di Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola arrestati nel procedimento sugli appalti del G8. Ma oltre al concorso in corruzione, agli indagati è contestata l’associazione per delinquere (tranne che per Della Giovampaola) finalizzata anche «a garantire l’impunità dal reato e quindi ad attingere a notizie riservate, così da vanificare eventuali indagini in corso».
Di questo reato, stranamente, non è chiamato direttamente a rispondere il presunto autore delle fughe di notizie, l’ormai ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro. Che il gip accusa «in connessione» con gli indagati di rivelazione di segreto d’ufficio, favoreggiamento personale e soprattutto di corruzione «attraverso una logica di scambio di favori con la rivelazione di segreti d’ufficio che avrebbe trovato un collegamento funzionale ed un vero e proprio corrispettivo nella sistemazione lavorativa garantita al figlio». Figlio che era in contatto con l’avvocato Azzopardi e che per il gip «è pacifico che da lui abbia appreso notizie e le abbia poi girate ad Anemone e Balducci». Gli elementi a carico di Toro non sono pochi, anzi sono «addirittura sovrabbondanti» visto che «il depositario dei segreti d’ufficio» che interessavano ad Anemone e soci era proprio lui, il procuratore, «l’unico soggetto a cui Toro Camillo (suo figlio, ndr) potesse attingere notizie nella stessa ottica di chi gli aveva chiesto di “monitorare”...».

«TI VOLEVO DIRE UNA COSA...

HO AVUTO QUELLA CONFERMA»

I contatti tra Amenone e il giudice Toro, sottolinea ripetutamente il gip, «non avvengono direttamente ma tramite la mediazione di Emmanuel Messina, che riferisce ad Anemone quanto a lui a sua volta riferito da Edgardo Azzopardi (in contatto anche con Balducci) soggetto intimo amico sia di Camillo Toro che del padre Achille Toro». Le telefonate che chiudono le triangolazioni si sprecano. Fra Anemone e Messina («sempre tranquillo quello?») e ancora Anemone («quando si è visto col figlio?...»), il figlio stesso con Azzopardi («tutto bene... ti volevo dire una cosa, ho avuto conferma...») e ancora Azzopardi che preme per uno spostamento di Camillo dentro Acea: «Come la fanno? Non mi frega un cazzo, basta che la fanno».

«CHI C’HA UN AMICO

C’HA UN TESORO...»
Annota il gip: «Appare talmente fondamentale far risultare che l’interessamento per il conferimento dell’incarico all’Acea a Camillo Toro sia riconducibile ad Azzopardi che lo stesso si preoccupa di rendere partecipe il ragazzo di ciò che ha ottenuto». Azzopardi: «Quando tu ch’hai gli amici... che quelli... chi c’ha un amico c’ha un tesoro, questa è la verità bello mio». Camillo. «E tu sei il mio tesoro...».

«SOLO CHI BUTTA SANGUE

SI PRENDE L’APPALTO»
Testuale dall’ordinanza: «Solo chi dimostra di essere disposto a buttare sangue, o chi si sa già che lo farà, viene preso in considerazione come potenziale aggiudicatario delle commesse». Al riguardo viene riportata la confessione intercettata all’imprenditore De Vito Piscicelli: «Ho messo a disposizione dieci anni di buttamento di sangue». Se Piscicelli «butta sangue» per accreditarsi, Anemone è già accreditato presso i funzionari grazie ai 35 anni di conoscenza con Balducci.

IL «QUISQUE DE POPULO»

E LA TANGENTE MINIMA

Nell’ordinanza viene smorzato l’entusiasmo dei pm fiorentini su tutte le «utilità» che sarebbero alla base dei fatti-corruttivi. «Parrebbe ragionevole considerare che (...) il valore economico delle varie provviste corruttive sia piuttosto scarso, e soprattutto enormemente sproporzionato, per difetto, rispetto al vantaggio economico che al presunto corruttore deriva dall’aggiudicazione o dal mantenimento di una commessa pubblica di quel genere. In altre parole, anche a un quisque de populo verrebbe da pensare che un corrotto, dinanzi a un corruttore che guadagna decine di milioni di euro, si farebbe versare in un conto svizzero cifre a parecchi zeri, piuttosto che vendere la propria funzione per l’uso di una macchina o di un telefonino».

LA DOPPIA VERITÀ

SU REGALI E BENEFIT

Se ai pm Balducci ha detto che nei capitolati presentati dalle imprese vi è normalmente una serie di previsioni sulla messa a disposizione di alcune «cose» dell’amministrazione, come telefoni, pc, auto o personale, per il gip di Perugia «pur volendo ammettere che le imprese mettano ciò a disposizione “per capitolato”, non si vede perché i pubblici ufficiali ne avrebbero dovuto continuare a beneficiare in eterno».

CHI HA PAGATO

I GIARDINIERI?

A proposito del personale presso la casa di Montepulciano, Balducci ha ricordato l’alternanza di tre famiglie cui garantiva un salario, più vitto e alloggio. Da ultimo aveva assunto direttamente una coppia pagata da lui. Il gip è di avviso opposto: «Non sembra aderente al vero che il personale di servizio presso immobili del Balducci venisse pagato da lui, fra l’altro Anemone paventa al padre, parlando dei giardinieri Aurel e Lenuta, di rimproverarli aspramente per la decisione di andar via comunicata al Balducci».

LA MACCHINA E I MOBILI

LA FRENATA DEL GIP

Quanto al giallo della Fiat 500 della moglie «sembra plausibile la tesi del Balducci». Ci sono intercettazioni chiare in merito alla soluzione che si riteneva «più adeguata dal punto di vista fiscale per l’intestazione dell’auto». Così come è «parimenti possibile» che il divano e le poltrone «recapitate da Marco Brunetti a casa del Balducci, a Montepulciano, appartenessero a lui malgrado fossero stati sistemati presso l’Anemone in via provvisoria».

REMUNERAZIONE FISSA

«DUE ZOCCOLE PER VENEZIA?»

Non ha invece alcun dubbio, il gip, sul metodo di remunerazione legato alle prestazioni sessuali organizzate da Diego Anemone. «Remunerazioni consolidata» le definisce. Prestazioni con escort di cui avrebbero beneficiato Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola (quest’ultimo disse che erano solo battute goliardiche). In particolare il gip cita due incontri in un hotel di Venezia e uno a Roma, intercettazioni ed sms («due zoccole per Venezia si rimediano?») in cui si danno voti alle prostitute («bah, al massimo 6 e mezzo»).