Il gip respinge il ricorso di 4 dei 25 giovani, in cella dopo gli scontri di Buenos Aires, per la loro «eccezionale tendenza a delinquere» «Sono pericolosi, restino in carcere»

Il pm: «Nessuno si è pentito, ha collaborato o ammesso l’errore»

Enrico Lagattolla

Ancora una volta, «sussiste il pericolo di reiterazione del reato, e di inquinamento delle prove». Dunque, gli autonomi protagonisti degli scontri avvenuti un mese fa in corso Buenos Aires restano a San Vittore. Ieri, il giudice per le indagini preliminari Mariolina Panasiti - accogliendo il parere contrario espresso dal pubblico ministero Piero Basilone - ha rigettato l’istanza di revoca della misura cautelare in carcere avanzata dai legali di quattro dei venticinque appartenenti ai centri sociali ritenuti responsabili delle devastazioni dell’11 marzo scorso. L’unica «misura preventiva ai fini di scongiurare la reiterazione criminale», e che «consente di realizzare e di assicurare efficace controllo» sugli indagati. Solo dieci giorni prima, lo stesso parere era stato dato dal Tribunale del Riesame.
Una decisione motivata dalla loro «eccezionale tendenza a delinquere», dalla «particolare forma di opposizione alle prescrizioni dell’Autorità, e ai canoni della civile convivenza», e dall’«assoluto disprezzo per la vita e l’incolumità altrui di cui le azioni poste in essere sono sintomatica espressione».
Nell’ordinanza firmata dal gip, quindi, viene accolto il parere espresso dalla Procura, contrario alla scarcerazione. «Contrario» perché, scrive il pm, non sono «sopravvenuti fatti tali da poter ritenere scongiurati quei pericoli, tenuto conto della gravità dei fatti contestati, e della preordinazione, del ruolo univocamente rivestito dai quattro, e della circostanza che si debba aspettare almeno la chiusura delle indagini con l’esercizio eventuale dell’azione penale». Indagini che, con ogni probabilità, saranno formalmente chiuse nel corso della prossima settimana.
Ancora, Basilone ribadisce l’«estrema gravità dei fatti accertati, per il più grave dei quali (devastazione e saccheggio, ndr) è prevista una pena che parte da 8 anni di reclusione», e il fatto che «a distanza di un mese nessuno degli arrestati ha dato prova della benché minima disponibilità al pentimento, ad ammettere l’errore e collaborare alla ricostruzione dei fatti».
Inoltre, le motivazioni avanzate dai legali dei quattro autonomi, che rischierebbero di subire ritardi negli studi e di perdere il posto di lavoro, viene definita da Basilone «incommensurabile con i beni che loro stessi hanno esposto a pericolo con quelle condotte: la vita e l’incolumità di tantissimi poliziotti e carabinieri contro i quali sono stati lanciati razzi, bombe carta, pietre, appiccati incendi», oltre alla «vita, l’incolumità e il patrimonio di persone del tutto estranee, di cui sono state distrutte vetture, vetrine, negozi». «Il rischio della perdita del lavoro e il ritardo degli studi - conclude il magistrato - è stato creato dalle loro condotte, di cui non sono affatto pentiti, e non dalla applicazione giustamente rigorosa della legge». E ripete, il pm, l’ipotesi secondo cui la «contromanifestazione» organizzata dagli autonomi per contrastare il corteo della Fiamma tricolore sarebbe stata «una pianificata adunanza violenta e sovversiva, a cui tutti i detenuti volevano partecipare. Non si spiegherebbe il ricorso di tutti gli arrestati all’uso di caschi e altri strumenti per travisarsi, se non sapendo in anticipo che ci sarebbero stati atti di violenza per cui sarebbe stato opportuno proteggersi e non farsi riconoscere».