Il Gip: «Vittorio Emanuele era il capo della banda»

Il giudice Iannuzzi: «Arresto necessario, c’era il rischio che il principe di Savoia scappasse all’estero»

Nino Materi

Nel Palazzo di giustizia di Potenza la parola «prove» riecheggia nei corridoi e si smorza nella stanza del Gip Alberto Iannuzzi, il giudice che - su richiesta del pm Henry John Woodcock - ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare che da ieri ha portato in cella Vittorio Emanuele di Savoia. A Iannuzzi, che interrogherà Vittorio Emanuele dopodomani, tutti chiedono la stessa cosa: le prove. Le prove che il principe sia uno sfruttatore di prostitute, le prove che il principe sia tra i caporioni di un’associazione dedita alla corruzione e al falso, insomma le prove che Vittorio Emanuele sia un delinquente. Il Gip potentino, ovviamente, le prove non poteva e non doveva certo mostrarle ai giornalisti. Ma Iannuzzi ha comunque spiegato dettagliatamente che «le prove ci sono» e sono anche - come si usa dire in questi casi - «schiaccianti». Vittorio Emanuele - secondo la ricostruzione del Gip - sarebbe infatti stato incastrato da fotografie e intercettazioni telefoniche e ambientali che «non lasciano margine di dubbio» sul suo ruolo di leader nell’organizzazione criminale. Altra domanda-chiave: ma l’arresto del figlio del re Umberto era necessario? Iannuzzi è sereno: «A carico di Vittorio Emanuele di Savoia sono emersi indizi gravissimi relativi a fatti estremamente allarmanti. Un quadro che giustifica ampiamente l'arresto».
In assenza di dichiarazioni da parte del pm Woodcock, è il Gip a difendere la validità del provvedimento cautelare: «Se Vittorio Emanuele non fosse stato arrestato l’altro ieri, non si sa quando si sarebbe potuto fare. Vittorio Emanuele era a Campione d'Italia, una città molto vicina alla Svizzera, dove normalmente il principe risiede. Sarebbe stata possibile quindi una fuga e questo avrebbe pregiudicato le indagini».
E proprio mentre Iannuzzi spiega l’impianto accusatorio, nel Palazzo di giustizia si diffonde un’altra voce: nell’inchiesta sarebbe spuntato anche il nome di Emanuele Filiberto, il figlio di Vittorio Emanuele. La sua posizione sarebbe comunque molto più sfumata: gli sarebbe infatti contestato un episodio «relativo a un'incursione informatica mirante a oscurare un sito sgradito a Casa Savoia». Un aspetto della vicenda sul quale però il Gip potentino taglia corto: «Parlo solo delle persone che hanno ricevuto gli atti». Dubbi anche sul coinvolgimento di un’altra «testa coronata»: Simeone II di Sassonia Coburgo Gotha, cugino di Vittorio Emanuele di Savoia. L'ex premier bulgaro si sarebbe reso responsabile di «istigazione alla corruzione di membri di Stati esteri»: si sarebbe cioè «fatto dare e promettere denaro da Vittorio Emanuele e dall'imprenditore Pierpaolo Cerani per garantire il buon esito di alcune commesse nei settori della sanità e della telefonia in Bulgaria».
Ma perché la Procura lucana è diventata titolare di un’inchiesta dai mille rivoli nazionali e internazionali? Anche su questo punto arriva puntuale la precisazione di Iannuzzi: «È proprio in Basilicata l'innesco dell'inchiesta che ha portato all'arresto di 13 persone tra cui quello del principe Vittorio Emanuele di Savoia».
L'inchiesta, sviluppata in un dossier di oltre 2mila pagine, è nata attorno ai nulla osta per i videogiochi dei casinò di Campione d'Italia. Ampliando lo spettro degli accertamenti la Procura potentina ha intercettato altri filoni di indagini che hanno portato appunto agli arresti dell’altroieri. Due anni di lavoro che hanno «fotografato», in tutti i sensi, il ruolo di Vittorio Emanuele. «Anche se materialmente non era presente a tutto, il principe di Savoia era a conoscenza di tutti i passaggi», spiega il Gip. Che aggiunge: «Il principe fa da intermediario in operazioni che si svolgono anche senza di lui, ma di cui è il referente ultimo. Era una sorta di carta di credito, una garanzia». Il giudice ha quindi sottolineato come «tutte le operazioni illecite, dalla concussione, alla corruzione e allo sfruttamento della prostituzione, erano compiute con il benestare di Vittorio Emanuele».
«L'inchiesta - ha aggiunto Alberto Iannuzzi - ha inoltre messo in luce legami di tipo massonico». Alla domanda dei giornalisti sul perché un principe, con notevole disponibilità di denaro e potere, avesse dovuto ricorrere a questi affari illeciti, il Gip ha risposto: «È una persona molto avida. I fatti oggettivi emersi sono inequivocabili». Il Gip risponde anche alle critiche del senatore Cossiga: «Se l’ex presidente della Repubblica fosse stato al corrente di alcune frasi di Vittorio Emanuele contro i sardi, non avrebbe usato certe frasi». Il giudice Iannuzzi ha poi spiegato che durante le visite in Italia Vittorio Emanuele «riceveva donne e soldi». Almeno 20 gli incontri avuti con «ragazze disponibili» nella città di Campione d’Italia. L’accusa fa riferimento «ad alcune fotografie in cui viene ritratto il principe Savoia durante conversazioni con altre persone indagate» e in un fotogramma si vedrebbe anche «Vittorio Emanuele mettere in tasca una busta contenente, forse, soldi». Particolarmente ricco il capitolo delle intercettazioni telefoniche. Un esempio: il contenuto di una conversazione tra il principe di Savoia e il suo assistente Nicolino Narducci. «Speriamo che ci sian delle belle bambine, così le s...», dice Narducci a Vittorio Emanuele, che ribatte urlando: «Subito, sì». I due discutono della partecipazione di Vittorio Emanuele ad una manifestazione filantropica, nel settembre dello scorso anno. Durante l'evento, sarebbero stati raccolti fondi a favore di un'associazione milanese che assiste minorenni vittime di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia. Il gip di Potenza, nell'ordinanza di custodia cautelare, ha definito «oggettivamente raccapriccianti» i termini usati dal principe e dal suo assistente.