Girardengo e Pollastro, i «gemelli» di Novi Ligure divisi da una bicicletta

Le storie dei due amici che cento anni fa hanno seguito strade diverse e che hanno ispirato una canzone

Paolo Bertuccio

«Vai Girardengo, non si vede più Sante»: c'è voluto un menestrello dei giorni nostri come Francesco De Gregori per consegnare alla leggenda una storia quasi dimenticata. Il bandito e il campione, questo è anche il titolo del celeberrimo successo datato 1993 del cantautore romano, sono i due protagonisti di una favola moderna che, senza questa spinta musicale, sarebbe forse caduta lentamente nell’oblio. Costante Girardengo e Sante Pollastro (e non Pollastri, come nella canzone), due uomini diversissimi tra loro, accomunati da un’infanzia misera nella Novi Ligure dei primi anni del Novecento e da quella che si può definire un’appendice del loro stesso corpo: la bicicletta. Il mezzo di trasporto più diffuso a quei tempi, quando le strade erano polverose ma il passaggio di un'automobile era un evento più unico che raro. E' una storia, questa, che corre sulle due ruote: il Campione in fuga dagli avversari, il Bandito in fuga dalla legge
Costante Girardengo nasce a Novi Ligure nel 1893. Anche Sante Pollastro nasce a Novi Ligure, ma sei anni dopo, nel 1899. Quella dei due amici d’infanzia che a un certo punto prendono due strade completamente diverse è una leggenda, vista la differenza d’età. Pollastro è ancora adolescente quando, nel 1913, Girardengo è in sella su e giù per la Penisola per onorare il suo primo Giro d’Italia. Bisogna però precisare che, anche se non erano amici, è vero che Bandito e Campione si conoscevano: avevano un amico comune, il massaggiatore-preparatore Biagio Cavanna di cui varrà la pena parlare più avanti, e ad ogni modo erano compaesani. Fa un po’ specie usare questo termine al giorno d’oggi, quando a malapena si conosce il proprio vicino di casa, ma quasi un secolo fa Novi Ligure, come qualunque altra cittadina, era un microcosmo in cui si sapeva tutto di tutti. Ognuno era un po’ famoso, pur senza esserne consapevole, e quando a qualcuno capitava davvero di balzare agli onori della cronaca (sportiva o nera, in questo caso), il suo nome era sulla bocca di tutti e per le strade e nei negozi non si parlava d’altro.
Ma come è cominciato tutto questo? Come si faceva, nella Novi Ligure di allora, a diventare grandissimi ciclisti o pericolosi banditi?
Un motivo c’era, ed era molto semplice: la fame. Parliamo di miseria vera, dell’Italia del primo Novecento, di lavoro duro e mal retribuito, in fabbrica o nei campi; di famiglie numerose e di troppe bocche da sfamare. Se qualche via d’uscita c’era, era stretta e non c’era spazio per tutti. Chi poteva, ci si buttava disperatamente, ma il prezzo da pagare, in ogni caso, era duro. Si capisce di cosa stiamo parlando: qualcuno aveva l’incoscienza, il pelo sullo stomaco, se vogliamo buttarla sul romantico anche il coraggio di darsi alla malavita. Chi invece era così fortunato da avere fiato e forza a sufficienza, cercava di salire sul carrozzone del (relativamente) nuovo sport che appassionava gli italiani: il ciclismo.
Si è già parlato della bicicletta come una specie di appendice del corpo umano. Un’immagine abusatissima, ci mancherebbe, ma efficace. In città pianeggianti come Novi molta gente non faceva nemmeno dieci metri a piedi: si andava in bici a lavorare così come al mercato o all'osteria. Ad eccitare le fantasie e le smanie agonistiche dei giovani pedalatori del 1910 provvedevano le cronache dei giornali sportivi, che stavano vivendo un periodo di intensa passione per il ciclismo, dopo che la ginnastica era passata di moda e prima che il calcio si imponesse definitivamente all'attenzione del pubblico. Fu così che, di domenica in domenica, le corse cominciarono a spuntare come funghi. In moltissimi paesi o città si organizzavano gare in cui i ragazzi che sognavano di emulare i Ganna, i Pavesi, i Rossignoli (questi i nomi che andavano per la maggiore) potevano finalmente mettersi alla prova. Non solo: chi vinceva poteva stringere tra le mani cospicui assegni o, nella peggiore delle ipotesi, cesti di generi alimentari.
De Gregori, coerentemente con il suo mestiere di poeta, ci ricorda che allora «si correva per rabbia o per amore». Vero, verissimo. La rabbia c’era di sicuro, ed era la rabbia di chi cerca a tutti i costi di emergere dalla povertà. Ma questo aveva una conseguenza assai poco romantica: nessun corridore, infatti, si faceva problemi a dichiarare che, se gareggiava, era principalmente per i soldi. Tutti i ciclisti di Novi e dintorni (perché bisogna ricordare che il ciclismo, da queste parti, non è stato solo Coppi e Girardengo: altri professionisti del pedale sono nati e cresciuti nel Basso Piemonte, e a volte hanno attivamente contribuito, in qualità di gregari, alle vittorie dei due Campionissimi. Di questo, però, non sembra tener conto quel tanto propagandato Museo del Ciclismo inaugurato proprio a Novi pochi anni orsono. Ma questa è un’altra storia…) tutti i ciclisti novesi, dicevamo, hanno sfruttato le proprie doti atletiche per accedere a questa eccezionale fonte di guadagno. Antonio Negrini, che fu gregario di Girardengo a partire dal 1925, in quegli anni pionieristici sceglieva sui giornali del sabato, in un ampio menù, la corsa più redditizia a cui iscriversi il giorno dopo. Una sera, tornato a casa vincitore con mille lire in tasca, fu accusato dall’incredulo padre di aver rubato quella somma spropositata: il povero genitore non riusciva a concepire che tutti quei soldi, che si guadagnavano con mesi di duro lavoro, potessero arrivare tutti assieme nel giro di un pomeriggio passato a pedalare, e gli ordinò di restituire il maltolto.