Giraudo: «A marzo la verità sul futuro»

Ibra «assolve» Materazzi e si lancia: «Chiudo qui la carriera»

Alessandro Parini

da Torino

Giorni caldi, a Torino. Per il futuro della Juventus. Che domina il campionato e si è qualificata per gli ottavi di Champions, ma che ancora non sa se l’anno prossimo alla guida della società ci sarà la Triade e se la squadra sarà allenata da Fabio Capello. Il giochino sta andando avanti da qualche settimana, nessuno degli attori svela le carte. Antonio Giraudo, confermato a parole da Andrea Agnelli e Luca di Montezemolo, per la seconda volta in poche settimane non ha chiarito se intende restare oppure no: «Quando scadono i mandati, nati su certi presupposti e certi progetti, vanno ridiscussi con grande serietà avendo come obiettivo prioritario il bene della Juventus». Il tutto, poche ore dopo le dichiarazioni di Capello: «Se la Triade lascia, potrei farlo anche io». E accettare le offerte del Real Madrid, che non aspetta altro per tornare a vincere.
Capello legato alla Triade e la Triade legata a che? Il contratto scadrà il prossimo giugno per tutti tranne che per Moggi. Giraudo è attratto dalla Lega (elezioni nel 2007) e dall’organizzazione degli Europei 2012. Ipotesi: restano tutti fino al 2007. Ancora Giraudo: «Alla Juventus c'è uno straordinario spirito di squadra, anche al di fuori del campo. Il rapporto con Capello, che inizialmente era di stima professionale, in due anni si è trasformato in vera amicizia. È prematuro parlare di futuro, non lo ritengo serio. La grande fortuna della Juve è stata quella di avere una proprietà stabile grazie alla famiglia Agnelli che, per quello che ho percepito io, intende rimanere il punto di riferimento. I nostri vertici hanno passato mesi molto intensi per il gruppo: entro febbraio o marzo, si capirà meglio la situazione». Intanto, Ibrahimovic si è lanciato nel corso di un’intervista a Sky: «Penso che la Juve possa essere la mia ultima squadra: è il top dei top. Il calcio è teatro: questo è il posto dove vivo benissimo e mi diverto. È vero, ho detto “mamma mia” dopo avere segnato alla Roma, è un gioco che ci ha insegnato Appiah: quando qualcuno fa qualcosa di grande, lo urliamo a squarciagola. A sedici anni ho vissuto un momento difficile, avrei potuto anche smettere. Mi vedevo gracile e non ero certo del mio futuro: mi ha tranquillizzato il mio allenatore di allora e le cose sono migliorate rapidamente. Le giocate semplici non mi piacciono, le botte non mi pesano. Materazzi? Lui vuole fermare tutti gli attaccanti, è il suo lavoro. In Italia prendo più botte rispetto a quando giocavo in Olanda, ma non intendo cambiare il mio modo di giocare». E il paragone con Van Basten? «È vero: Capello un giorno mi ha chiamato nella sua camera d’albergo e mi ha fatto vedere due-tre minuti delle giocate dell’olandese dicendomi che sarei potuto diventare come lui». Pare sulla buona strada.