Giravolta di Tonino: l’opposizione dura adesso è contro il Pd

Lo stratega Di Pietro scombussola i piani della sinistra E al povero Bersani non resta che inseguirlo. A perdifiato

È furbo Tonino e se continua così farà impazzire Bersani. Il suo obiettivo non è al momento disarcionare il Cavaliere, come altri, sperare nella «dittatura» di un governo tecnico. Tutto il tempo politico che Di Pietro ha a disposizione lo sta spendendo per rubare terreno ai suoi vicini di casa, con la speranza di diventare prima o poi un «partito faro» in grado di dettare le condizioni al Pd e ai centristi più o meno sparpagliati.
Per riuscirci si è inventato il gioco della specchio. Bersani alza la mano sinistra, lui alza la destra. Quello la abbassa e lui subito alza il pugno mancino chiuso e operaista. Bersani alza la voce con Berlusconi? Tonino gli ricorda che deve rispettare le istituzioni. L’altro cerca il dialogo, lui mette paletti. E viceversa. La scena, insomma, ricorda certi film in bianco e nero di un Buster Keaton irriverente o un canovaccio classico di Gianni e Pinotto.
Il bello, o il brutto, è che funziona. Di Pietro alla fine si ritrova sempre un passo avanti rispetto ai leader del Pd. Li spiazza, li disorienta, li ridicolizza e li costringe a rincorrerlo, ogni volta portando la sfida sul suo terreno. Di Pietro detta la linea dell’opposizione, gli altri arrancano.
L’ultima mossa è l’intervista apparsa sul Fatto. Tonino rivendica la partecipazione allo sciopero generale. Bersani è un po’ per lo sciopero un po’ no. Non vuole scontentare la Camusso, ma teme la sollevazione di quarantenni, riformisti e margheritini del suo partito. Mette pezze. Si barcamena. Sogna di giocare con il 4-2-4 e alla fine si ritrova sempre a arrangiarsi con il catenaccio e il contropiede. Bersani così agli occhi del pubblico finisce per incarnare gli ultimi versi della canzone di Gaber Qualcuno era comunista: «E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo».
Il Pd ogni giorno vuole essere qualcosa: libertario, giustizialista, socialdemocratico, berlingueriano, cattolico, europeista, americano, prodiano, maccheronico, di casta e di governo, primario se non c’è Vendola in giro, savianesco e fazista, repubblicano, scalfariano, debenedettiano, azionista, azionistacattolico, cattocomunista, bindiano, veltronostalgico e tardodalemiano, futurista, futuribile, finiano, montezemoliano a targhe alterne, tremontiano di sponda e acchitto, quirinalizio, cardinalizio, apocalittico, operaista, aristocratico, tute blu, colletti bianchi, colletti rosa, sindacalista, borghese, intellettualista, pauperista, per sempre radical. Tutti i giorni qualcosa di questo e alla fine non è nulla, solo una passerella di identità superficiali e fugaci. Sono quasi vent’anni che il maggior partito di sinistra si salva aggrappandosi alla radice dell’antiberlusconismo.
A Tonino invece non interessa essere qualcosa. Il suo segreto è la politica dell’antimateria. Per esistere a lui basta specchiarsi in qualcosa e riflettersi come antitesi. È per questo che non ha mai insistito nell’identità di Mani Pulite. Era semplice e scontato, ma lo avrebbe limitato. Così invece Di Pietro diventa l’alternativa a qualsiasi cosa. È alternativo a Berlusconi, alla Lega, a Casini, a Fini e soprattutto a qualsiasi leader del Pd. Il capolavoro è che si sente alternativo anche agli pseudo Di Pietro come De Magistris.
È l’alternativa dell’alternativa di se stesso. Qualcuno potrebbe dire che di fatto non è nulla. Ma questa affermazione contraddice la scienza. L’antimateria, sostengono i fisici, a quanto pare esiste. E galleggia in Parlamento.