In giro ancora 2906 miliardi di lire

Giuseppe De Bellis

Qualcuno arriva con le centomila lire del 1978. Vecchie, consumate, puzzolenti. La firma è del governatore Paolo Baffi. Queste no. Le rimette nel portafoglio: sono fuori corso da anni. Allora cambia: ne tira fuori una firmata da Ciampi. Dietro ne ha anche una col sigillo di Fazio. Queste sì. Grazie. «La saluto». Resto in euro, ovviamente. Poi ci sono gli altri: hanno tutti banconote più recenti. Vanno bene. Sono clienti, loro. Sono diversi: non hanno lasciato la lira. Trovano spazio perché ci sono ancora negozi che accettano i pagamenti nel vecchio conio: da Milano a Foggia, da Firenze a Ischia, lo fanno per rendere un servizio ai nostalgici della lira, ma anche per intercettare risparmi che dormono nei salvadanai. Soldi che nessuno utilizza. Fermi, immobili, custoditi. Non c’entra solo il collezionismo. C’è apatia e disinteresse. C’è che per qualche decina di migliaia di lire non ci si scomoda ad arrivare in una delle sedi della Banca d’Italia. Solo che qualche decina di migliaia di lire, moltiplicata per l’intera popolazione diventa una cosa seria. Allora a metà di quest’anno c’è un patrimonio che l’Italia non sa di avere. La Banca d’Italia ha fatto due conti: 319 milioni di banconote, divise in pezzi da mille lire, da duemila, da cinquemila, da diecimila, da cinquantamila, da centomila e da cinquecentomila. Mancano all’appello. Sono banconote che avrebbero dovuto essere cambiate e invece stanno lì. Girano o sono ferme. Messe insieme fanno un tesoro: 2.906 miliardi di lire che circolano, che non sono mai stati riconsegnati, che stanno sotto i materassi oppure nei portafogli. Una mole di denaro ancora valida fino al 28 febbraio 2012, quando Palazzo Koch dirà la parola fine al changeover. Poi addio.
Prima di questo poi, però, c’è un mercato: le lire possono ancora essere utilizzate negli esercizi commerciali che non si arrendono alla moneta unica europea. Uno pensa a luoghi fuori dal tempo: la tendina che si muove, il flipper, il biliardino, l’orologio Peroni, il telefono con la corona. No. Non è il passato che ritorna. Questi sono posti normali. Moderni, dove non esiste il telefono a scatti, ma il cordless. Solo che i gestori accettano volentieri le vecchie banconote, quelle con il volto dell’Italia impresso per sempre: dalla Maria Montessori delle mille lire al Caravaggio delle 100mila. È buono tutto, non si dice mai di no. Si incassano, si prendono, poi ci sarà qualcuno che si occuperà di convertirle in euro nelle sedi della Banca d’Italia.
Uno di loro è Andrea Gaito. È il proprietario dei supermercati i5l Centro, undici punti vendita in Toscana. Il primo gennaio 2002 per lui non è finita un’era. Non c’è stata differenza: «Sì, noi accettiamo le lire. È un servizio che offriamo alla clientela locale. Ogni mese incassiamo circa una decina di milioni di vecchie lire. Si tratta di un fatto ormai regolare, che non sembra subire flessioni con il passare del tempo». Non è l’unico. Una volta al mese Marco Pizzi prende un camioncino e ci carica sopra duecento chili, etto più etto meno, di moneta, per portarla alla sede di Pavia della Banca d’Italia. Pizzi è il titolare di quattro negozi di calzature e abbigliamento che non hanno mai smesso di accettare le lire. Il più grande a Ozzero, vicino a Milano. «Il fine settimana, sabato e domenica incassiamo un milione e mezzo o due di lire al giorno». Una percentuale non alta, meno del 5% dell’incasso, però costante. Sono i soldi che la nonna si è scordata nel portafoglio che non ha più usato, o quelli dimenticati in una vecchia giacca che salta fuori con il cambio di stagione, o ancora quelli lasciati dentro un vecchio diario e poi trovati dalla mamma. Pizzi fa una cosa semplicissima: incassa in lire e dà il resto in euro. «E non so perché non lo facciano anche altri. Non ci sono grossi problemi per i negozianti». Anche ieri nel negozio vicino a Milano sono entrati gruppetti di persone con un enorme sacchetto di monetine del valore di circa 25mila lire. «Gli anziani non sanno bene cosa fare con le lire. Si vergognano quasi a usarle e non sanno dove cambiarle». Anche per questo, Pizzi ha deciso di continuare a prenderle fino a quando si potranno cambiare alla Banca d’Italia: «Diamo un servizio ai clienti e ci facciamo anche pubblicità».
Ma in lire si può spendere anche al Sud e anche per un semplice panino. Basta andare da Michele Luigi Stilla, salumiere del vecchio centro di Foggia: «Non abbiamo mai smesso di accettarle, anche se ormai mi sembra che siamo agli sgoccioli. I clienti sono sempre stati entusiasti di questa possibilità e così di mese in mese il nostro incasso è fatto anche di qualche centinaia di migliaia di lire». Qualcuno ha proprio rotto il salvadanaio e «si è presentato in negozio con un milione e 800mila lire, ma c’erano anche le 100mila fuori corso che non abbiamo potuto accettare». Le lire se ne vanno anche in prodotti di bellezza. Nelle tre profumerie Scotti di Ischia il vecchio conio non si rifiuta mai: «Lo facciamo da un anno. Purtroppo da noi passano molti turisti, che vedono il cartello e si rammaricano per aver lasciato le lire a casa». Peggio per loro, la nonna a modo suo l’aveva detto: un Caravaggio in tasca. Non si esce mai senza.
Giuseppe De Bellis