Il Giro avvisa il calcio: per uscire dalle macerie serve soltanto il bisturi

Rivincita del mondo del ciclismo su quello del pallone, ma non si respira la brutta aria della ripicca: chi ha vissuto lo scandalo del doping non augura male a nessuno

nostro inviato a Peschici
No, il Giro non parteciperà alla sguaiata spartizione di queste povere spoglie del pallone. Per anni ha subito lo stesso trattamento, con gli stormi di avvoltoi che si precipitavano in picchiata sui suoi poveri resti. Il ciclismo è marcio, il ciclismo è finito: slogan di poche stagioni fa. Slogan pronunciati con perfido compiacimento soprattutto da quelli che misteriosamente non vedevano l’andazzo in casa loro. Da una parte il ciclismo finito, dall’altra il calcio prosperoso e opulento, impunito e impunibile, fiero delle sue logiche intoccabili e dei suoi fatturati dopati.
Chi l’avrebbe detto, soltanto pochi mesi fa. Il calcio nella vergogna, il Giro d’Italia che si gode il suo quarto d’ora di serenità. Ruoli invertiti, destini di nuovo opposti. Eppure, non si respira in Giro la brutta aria della ripicca. Chi ha provato, non augura a nessuno la stessa prova. Può solo augurare di trovare presto la via d’uscita. Il ciclismo l’ha imboccata, l’unica possibile, con l’unico mezzo di locomozione possibile: la ruspa.
Forse, è proprio questo il messaggio che arriva dal Giro d’Italia: una sommessa ricetta per venirne fuori. Questa grande manifestazione popolare, che ha una storia e una tradizione ricche quanto quelle del campionato, può indicare un metodo. La ruspa. Il bisturi. L’amputazione. Cioè una cura drastica e spietata, fatta di regole nuove, pene pesanti, impietose cacciate. E purtroppo, come in tutte le battaglie, inevitabilmente anche di qualche vittima innocente.
Qui, in assenza di arbitri, e quindi di compravendita, il nemico si chiamava doping. Diciamolo subito: il verbo al passato, inutile nasconderselo, è decisamente troppo ottimistico. Il doping non solo era, ma è e sarà il problema di sempre. Una piccola, ma decisiva differenza va però segnalata: rispetto alle stagioni delle tante Hiroshima, adesso chi sbaglia sa che cosa l’aspetta. Un bel salto, rispetto all’allegra cultura dell’impunità di dieci anni fa, quando del doping quasi ci si compiaceva narcisticamente, proprio come Moggi si compiaceva del suo spudorato potere.
Qualcosa è davvero cambiato. Si respira in Giro un’aria diversa. Anche se comunque bisogna toccare ferro, perché il tremendo allenamento degli anni scorsi ci ha abituati a vivere un giorno per volta. Ogni mattina senza blitz, senza ematocriti sballati, senza espulsioni viene salutata con una ritrovata serenità. Il ciclismo non è finito, il Giro sta ricrescendo sempre più bello, e soprattutto è accompagnato da una certezza, nuova e consolante: chi sbaglia torna a casa.
Questo è quanto sta rifiorendo sulle macerie. Il ciclismo era il massimo paradigma della devastazione. Adesso, in piena ricostruzione, può diventare un rispettabile esempio di riscatto. Sempre che il calcio abbia voglia di osservare qualche esempio, anche solo per rubare – in senso buono – qualche utile indicazione.
Di certo il Giro d’Italia non sta scadendo nel populismo e nella demagogia che ha già tentato altri sport e altri personaggi (Briatore dopo la vittoria Renault a Barcellona: «Siamo qui per offrire un’alternativa pulita al calcio»). Il Giro, per pudore, non infierisce e non approfitta. Al massimo, qualcuno in gruppo si concede qualche sfogo d’istinto, del genere “ma non era marcio solo il ciclismo?”. Punto. Nessuno si spinge oltre.
Così, come una chiosa definitiva e ufficiale, il pensiero di chi il Giro rappresenta in prima persona, il nuovo patron Angelo Zomegnan: «Con la storia che abbiamo, non ci possiamo permettere di infierire su nessuno. Trovo che farsi belli ai danni del calcio, adesso, sia pura speculazione. Mi limito a dire che il ciclismo, in mezzo alle macerie, ha preso coscienza e ha trovato la forza di incidere. Niente è risolto definitivamente, ma ora la guardia è molto alta. Posso solo aggiungere questo: lo sport ha dimostrato a più riprese di non essere in grado di ripulirsi da solo. La via giudiziaria, se non scade nel protagonismo dei giudici, è un’occasione da sfruttare. In certi momenti della vita, serve l’olio di ricino».