Giro, l’amico del cardinal Ruini che a Roma soccorreva i clochard

All’inizio della chiacchierata, il neodeputato di Fi, Francesco Giro, si atteggia a uomo del fare. Ne ha anche l’aspetto. È un magro quarantaquattrenne con la frenesia dei sottopeso e una gesticolazione da tarantolato. Si agita dietro la scrivania come il fumo di una sigaretta sotto il soffio di un ventilatore.
«Da noi in Fi c’è troppa ideologia e poca conoscenza tecnica», dice e si avvita su se stesso.
«Ahimè», dico io. Lui allunga di scatto il busto sulla scrivania come per farci un pisolino. Poi risprizza di colpo in su e si abbandona di schianto sullo schienale della sedia. Puro contorsionismo.
«Dei problemi bisogna conoscere i fondamenti, le conseguenze, i risvolti collaterali», ed enumera i tre aspetti con pollice, indice e medio.
«Giusto».
«Ironizzano che sono uomo di dossier. Sarà, ma per decidere bisogna sapere», dice e sottolinea il concetto con dei ghirigori aerei come se plasmasse le parole con le mani.
«Il bla bla conta zero. La chiacchierologia non paga. Bisogna ...», ecc.
Giro parla con se stesso e non ha bisogno di me. Così, ho il tempo di dare uno sguardo periscopico al suo piccolo ufficio nella sede romana di Forza Italia. Alle spalle ha un poster di Silvio Berlusconi, di fianco pure. In una vetrinetta c’è un compendio dei suoi affetti. La foto della moglie, il Cavaliere in varie salse, una statuetta di Papa Wojtyla inginocchiato, diverse immagini del medesimo e santini di Papa Ratzinger.
Giro è il responsabile del partito per i rapporti col mondo cattolico, oltre a essere - in via primaria - coordinatore di Fi del Lazio e commissario della città di Roma.
«Lei è un romano senza accento», dico, interrompendolo.
«Sono cresciuto a Bruxelles. Diamoci del tu».
«Bene. Perché tu Bruxelles?».
«Mio padre era funzionario della Commissione Ue. Tornato a Roma a 16 anni ho finito il liceo al Mamiani e mi sono laureato in Filosofia morale».
«Il tuo cattolicesimo è di marca vallone-romana».
«A Bruxelles frequentavo il Foyer catholique del gesuita Luigi Paris. A Roma la parrocchia Cristo Re di viale Mazzini».
«Come hai conosciuto il cardinale Ruini di cui sei amico?».
«Ruini è cardinal vicario. Stando nel giro cattolico romano era il mio riferimento naturale. Devo però molto a don Luigi Liegro. Ho fatto l’obiettore di coscienza da lui alla Caritas».
«Sei un cattolico di sinistra».
«Se la solidarietà è di sinistra, sì. E me ne vanto. Andavamo a cercare i barboni per lavarli e cambiargli d’abito. Don Liegro ci insegnò a tagliare loro le unghie dei piedi per evitare si incarnissero».
«Tu così elegantino?», e indico il suo blazer con cravatta azzurra.
«Allora, avevo sempre un golfino rosso per essere riconoscibile dai bisognosi. Li ho seguiti per venti mesi. Mio fratello, invece, continua. È nella Comunità di Sant’Egidio e si occupa di anziani e relazioni internazionali».
«Che ci fai in Fi?».
«Il mio impegno è di dare a Fi un profilo più sociale».
«Prima eri dc?»
«Ho anche votato Pci. Ma, per tradizione, mi considero dc. Papà era nell’ufficio stampa del ministro Giulio Pastore».
«Sinistra dc. Riconoscilo: sei sinistro per formazione. D’altronde le tue letture...» e accenno al Manifesto sulla scrivania. Giro ride e dice: «È per mia moglie. È il solo giornale che legga. Lo leggo anch’io».
«Dal Berlusca come sei approdato?».
«Preso un dottorato in Bioetica, ho scritto un mare di lettere in cerca di un posto. Una, nel '92, ad Andreotti premier. Mi ha convocato e affiancato a Guido Bertolaso, capo del Dipartimento Affari sociali. Ci sono rimasto anche con i governi Amato e Ciampi. Poi sono entrato nello staff di Alberto Michelini che mi presentò a Berlusconi dopo la caduta del suo governo».
«Com’è andata?».
«Ci trovammo con tutta la squadra micheliniana il 30 ottobre 1995 nella villa di Arcore. Berlusconi ci mise in semicerchio e ci interrogò tutti».
«Arrivato il tuo turno?».
«Michelini disse: “Scrive bene”. Berlusconi replicò: “Lo utilizzerò per scrivere”. Fu così che, mentre lavoravo per Michelini, cominciai a mandare idee via fax a Berlusconi. Un giorno mi proposi come collaboratore fisso».
«E il Cav ti coprì d’oro».
«Mi chiese: “Quanto guadagni con Michelini?”. “1,8 milioni al mese”, “Te ne do 1,9”. Così entrai nel suo staff. Ho lavorato cinque anni a Palazzo Grazioli. Per cinque sono stato consigliere regionale del Lazio. Da due sono deputato, da uno coordinatore del Lazio ed eccomi qui», dice disegnando con le mani l’ennesimo arabesco.
Folgorato dal Cav?
Suggestionato. Con lui, o gli sei simpatico subito o sei perduto.
Che tipo ti è parso?
Ti legge dentro. Ha una capacità di penetrazione strabiliante.
Aduli?
Pura verità. Ha preveggenza. Ha dato voce agli italiani che non l’avevano. Ha semplificato il linguaggio della politica. Oggi, non si dice previdenza, ma pensioni; non carico tributario, ma tasse. Merito suo.
Faresti a cambio con Sarkozy?
Ne abbiamo già uno. Sarkozy è il Berlusconi francese. Ma Sarko mi ha deluso. È folkloristico. Non si mescolano vita privata e viaggi ufficiali.
Da responsabile di Fi a Roma, conosci bene Walter Veltroni. Che roba è?
Il cinismo al potere. Poco bipolare. Cerca il consenso anche dell’avversario, anziché agire e prendersi le responsabilità. È il tipo che scarica le rogne sui collaboratori e si riserva i meriti.
Cav e Veltroni amoreggiano. Ingenuità del Cav?
Senso di responsabilità. Prende atto che Veltroni è leader del maggior partito avversario e ritiene opportuno confrontarsi.
Ogni tanto, il Cav si incapriccia di ex pci. Oggi, Veltroni. Ieri, D’Alema.
Con D’Alema il colloquio è tuttora aperto. Berlusconi lo considera importante e sa che il nodo elettorale si risolve coinvolgendo anche lui.
Walter storcerà il naso. I due sono opposti.
Se ne farà una ragione. Trattare con Veltroni, non significa non trattare con D’Alema.
Ti vanti che il Cav abbia detto di te: «Giro è una persona morale». Che vuol dire?
Mi ritengo intellettualmente onesto. A Veltroni contesto un uso spregiudicato del potere che io considero invece al servizio dei cittadini. Su ciò, sono addirittura moralista.
Apprezzi la campagna antiaborto iniziata da Ferrara?
Ovvio. Ma temo sia il tipico dibattito che serve a riempire i giornali nei tempi morti di Natale. Poi ci si incarteranno le uova.
Non hai mai incoraggiato un aborto in famiglia?
Mai. Ma la tua è impertinenza.
Faccio il mio mestiere. Potresti essere un ipocrita.
Scusami, scusami.
Calmati. Non sono offeso.
Io cerco di andare d’accordo con tutti. Tanto che mi hanno soprannominato «Giro di valzer». Non mi piace, ma c’è del vero: non voglio nemici.
Te ne sei fatti col video che hai girato di nascosto sui drogati nelle vie di Trastevere.
I centri sociali hanno manifestato davanti a casa mia, inalberando la mia faccia di fronte e di profilo. Ho ricevuto minacce telefoniche. Ma forse hanno identificato gli autori. La Digos mi ha convocato per oggi.
Roma è una casbah. Eppure Veltroni si è concesso il lusso del doppio lavoro: sindaco e capo Pd.
Non faceva bene il sindaco prima, figuriamoci adesso. È stato immorale a chiedere il secondo mandato, sapendo che sarebbe arrivato l’impegno nel Pd. Rimpiango Rutelli. È stato un sindaco molto più vicino alla gente.
Ora al Campidoglio punta Gianfranco Fini. Quanto di meglio per il centro destra?
Non mi pronuncio. Ma se, come sembra, si ricandidasse Rutelli, Fini ha chiuso.
Da un lato, i circoli Brambilla e Dell’Utri. Dall’altro, il neo partito, Pdl. Vi sentite accerchiati voi di Fi?
Un po' di confusione c’è. È innegabile.
Tu a cosa punti?
Punto fermo è la gratitudine. So che devo tutto a Berlusconi. Cerco di dare il mio contributo senza essere un yes man. Spero che il merito sia premiato. Si vedrà.
Sogna.
Se vincessimo le elezioni politiche, mi piacerebbe dare una mano nel governo.
Hai 44 anni. Con la passione del Cav per i trentenni, rischi di essere accantonato a breve.
Ho già avuto molto. Non è questo che mi preoccupa. I veri interessi sono la famiglia e mia moglie con cui ho un rapporto che mi fa felice.
A proposito di dispersi: che fine ha fatto Tremonti?
Domanda pertinente. Ha scelto il silenzio. Vive con scetticismo il progetto del nuovo partito e gli abboccamenti con Veltroni.
Ti consideri un leader o un peone?
Peone, proprio no. Leader, neanche. Sono un ottimo uomo di squadra a disposizione di Berlusconi. E poi...
Poi?
Non voglio fare politica a vita. Raggiunta la sicurezza economica - e bisogna ammettere che la politica te la dà - vorrei fare altro. Diciamo a cinquant’anni. Ma circondato da amici. Se non ne avessi, avrei fallito.
Il tuo più grande errore?
Di grandi, non ne ho fatti. Ho avuto una vita tranquilla.
La tua scelta migliore?
Mia moglie che mi ha dato serenità.