In giro per il mondo

L’avventura di Magellano, l’ammiraglio che circumnavigò per primo la Terra

Quindici volte più lungo del balzo di Colombo oltre l’Atlantico. Sessantamila miglia a vela, «compiuto lo circolo del mondo, dal levante al ponente», come scrisse il reporter dell’impresa, il vicentino Antonio Pigafetta. Probabilmente quindici volte più pericoloso, certamente più tormentato e tragico, scrive Laurence Bergreen nel suo incantevole Oltre i confini del mondo. La storia di Ferdinando Magellano e della prima straordinaria circumnavigazione della terra.
È il viaggio dell’Ammiraglio dell’Armata delle Molucche, il nobiluomo portoghese Fernão de Magalhães, che deluso dal suo sovrano Manuel I (immobilista successore di Enrico il Navigatore), al terzo rifiuto di fornirgli caravelle per scoprire la via nuova alle Indie e alle Isole delle Spezie, dopo anni di servizio armato alla corona, e dopo che, inginocchiatosi davanti al trono, vide il re nascondere scontrosamente sotto il manto la mano che si apprestava a baciare, optò per la bandiera spagnola del più dinamico Carlo I, e per il nuovo nome di Hernando de Magallanes, con cui il mondo ne ricorda l’eterna grandezza e la tremenda disgrazia.
Il libro di Bergreen, saggista di Harvard, mago delle biografie e delle storie di viaggi straordinari (bestseller il suo Voyage to Mars), dispiega le tinte vivide e pastose dell’esperienza, di chi quella rotta infinita ha ripercorso: stupefatto alla vista delle torri di ghiaccio che orlano le pareti dello stretto di Magellano, di un blu che nulla ha di terreno, sballottato come un burattino dalle muraglie di vento che flagellano i flutti color ardesia del Pacifico, nei paraggi della Tierra del Fuego; estasiato dalle fragranze del chiodo di garofano, della cannella, della noce moscata (il petrolio dell’antichità, perché chi ne deteneva il monopolio, come i trafficanti arabi, contava molto in politica e in economia) temperanti il salmastro dell’oceano alle Molucche, eden degli aromi, che è vano tentare di trapiantare in altre parti del mondo («potete esportare le nostre sementi» dirà un sovrano indonesiano ai colonizzatori europei «ma non potrete mai avere le nostre piogge e il nostro cielo»), visto che a farli fruttificare è il magico connubio di ciottoli vulcanici e umidità di quelle zolle incantate; commosso, infine, alla vista delle nebulose di Magellano, che con la Croce del Sud brillano come gioielli distintivi del cielo australe.
Da una simile penna noi siamo trascinati nel gorgo delle passioni, delle angosce e dei trionfi del viaggio: proviamo il disgusto del biscocho, l’ignobile galletta del marinaio, bollita in brodo di mare con il suo impasto di vermi; le fitte dello strappado, carrucola e fune che storpiano il rivoltoso, spalle slogate e braccia fracassate dalla trazione in alto a polsi legati dietro la schiena, un metodo dissuasivo in uso sull’ammiraglia di Magellano, che oltre a bufere e maree seppe opporsi agli ammutinamenti; la fierezza dell’esploratore che dall’alto castello di poppa della sua nao, tutta nera di catrame, sente che la natura si inchina alla forza del suo sogno.
Splendida l’intuizione di Bergreen che a veleggiare con quella flotta ci sia un concentrato, puro e pulsante, di Rinascimento. C’è la nave stessa, il manufatto più complesso - con tutti i limiti costruttivi - dell’epoca, migliaia di ore di lavoro di artigiani e tecnici specialisti, velature ormai capaci di catturare venti diversi. C’è il cronista, Antonio Pigafetta, cui la lungimiranza di Magellano dà l’incarico di registrare non solo l’arida tecnica dell’impresa, ma il ricchissimo spirito, con libere note d’ambiente, impressioni genuine, schizzi antropologici, studi comparativi sui linguaggi esotici di una modernità ammaliante. Al vertice, torreggia lui, il navigatore-cosmografo, Magellano, splendida fusione di pratica nautica (pilota, amministratore, manager, maniacale nella cura organizzativa e strategica degli eventi, anche i più imprevedibili), e teoria di calcoli, che sublima gli errori di partenza (la sottostima delle distanze, fondata sulla riscoperta del classico Tolomeo, ignaro d’America e di Pacifico, e l’ipotesi che il Rio de la Plata fosse la porta delle Indie) in trampolino indomito di tenacia verso il successo.