Gisèle Freund, la fotografa che riusciva a rubare l’anima

André Malraux con la sigaretta in bocca e i capelli al vento, André Gide con la maschera funeraria di Leopardi appesa sopra la testa, James Joyce con gli occhiali e la lente d’ingrandimento, Colette a letto, un foulard rosso al collo, la scrivania portatile piena di fogli... Non c’era scrittore nella Parigi degli anni Trenta che dicesse no a Gisèle Freund. Perché era giovane e carina, perché studiava sociologia alla Sorbona, perché bene o male li conosceva tutti.
Nel 1939, alla vigilia della guerra, alla Maison des Amis des Livres, in rue de l’Odeon, la proprietaria Adrienne Monnier organizzò per lei una visione a inviti del suo lavoro. C’era tutto il gruppo dei surrealisti, da Aragon a Breton, quelli della Nouvelle Revue française di Jean Paulhan, c’era Sartre e naturalmente la De Beauvoir, c’erano la moglie e il figlio di Paul Valéry. Via via che le immagini a colori, un’assoluta novità per l’epoca, scivolano sul lenzuolo, si udivano mormorii e commenti: tutti trovavano perfette quelle degli altri, tutti restavano muti davanti alle proprie, come se la fotografa avesse colto un mistero altrimenti celato, la fragilità di un volto, l’irrequietezza di un gesto, la stanchezza di uno sguardo. Erano loro, ma non nella posa dell’ufficialità: erano uomini e donne dai nomi importanti, colti nel peso spesso insopportabile dell’esser sE stessi.
Nata nel 1908 a Berlino, Gisèle Freund aveva lasciato il suo Paese nel 1933. Le ultime immagini della Germania di Weimar, con comunisti e nazisti che ancora manifestano in piazza, sono le sue, scattate con la Leica che le aveva regalato il padre. Era ancora una dilettante, Gisèle, ma aveva già capito tutto.
La mostra che alla Galleria Sozzani di Milano ora la celebra, a cura di Elisabeth Perolini e Grazia Neri, non è solo l’omaggio a un talento d’eccezione, ma anche a un mondo e una tipologia umana scomparsi, un’età in cui l’intellettuale si credeva un gigante e la cultura si illudeva di poter salvare il mondo.
Eppure, sarebbe ingiusto inchiodare la Freund soltanto a quel particolare momento storico. Basta una foto, scattata nel 1981 (è morta otto anni fa, a 72 anni): fatta nei giardini dell’Eliseo inquadra François Mitterrand, allora presidente della Repubblica, intento ad ammaestrare il suo cane, un grosso mastino scuro. Guarda l’animale ma non dimentica l’obiettivo. In quell’immagine c’è tutta la politica, mistificazione compresa.

LA MOSTRA
«Gisèle Freund. Ritratti d’autore». Milano, Galleria Sozzani, corso Como 10. Fino al 24 febbraio. Info: 02.653531