Il giudice anti Clinton ora finanzia Hillary

Certi assegni vanno seguiti a ritroso: devi partire da chi l’ha incassato, rileggere la firma di chi l’ha staccato, passare per la matrice e arrivare all’inizio. A un volto. Perché l’assegno nasconde, camuffa, copre. Questo parte dalla cassaforte di Hillary Clinton, e all’inverso passa per lo studio legale Kirkland & Ellis e scopre la faccia invecchiata di Kenneth Starr. Centoundicimila dollari per raccontare la storia dell’uomo che voleva allontanare Bill Clinton dalla Casa Bianca e che ora finanzia la campagna elettorale della moglie. Centoundicimila dollari per un paradosso, per uno sbuffo di storia, per uno scherzo che non è uno scherzo.
Starr s’è tolto il cappello nero e ha gettato il bicchiere di carta con il caffè stantio che si portava appresso in ogni giorno del Sexgate: adesso vive a Los Angeles, non fa più il procuratore, ma l’avvocato. Difende invece d’attaccare. Lo studio è quello:Kirkland & Ellis, una multinazionale dei tribunali. Ha sede a Chicago, New York, Los Angeles, Washington, San Francisco, Hong Kong, Monaco, Londra, fattura centinaia di milioni di dollari,ha 1.300 tra dipendenti e soci. Uno è Kenneth, che fa il capo degli uffici californiani del gruppo, diviso tra le cause personali e quelle delle corporation.
Quell’assegno non parte da lui, ma è come se fosse anche suo: è depositato e certificato dalla Federal Election Commission, l’ente federale che controlla i finanziamenti alle campagne elettorali.Compare sul sito, senza tanti misteri: è custodito nel voluminoso faldone dei soldi che piovono sulla strada che Hillary Clinton percorrerà fino a novembre 2008. Nessuno s’è meravigliato: è normale che lo studio legale più famoso d’America paghi gli aspiranti presidenti. In fondo Kirkland & Ellis l’ha sempre fatto, con democratici e repubblicani, senza fare differenza, senza guardare al chi, ma solo a come quei quattrini potessero essere un investimento e non un versamento a fondo perduto.
Anche stavolta ha dato soldi a tutti, a Obama e a Edwards, così come a Giuliani, Romney e McCain. L’assegno a Hillary era scontato: lei è pure un ex avvocato, ha vissuto a Chicago, dove lo studio legale è nato. Centoundicimila dollari ci stanno, fanno parte del gioco, di una partita fatta di amicizie e potere. Non sono neanche tanti. Però se vai a leggere bene sono la somma più alta staccata dalla società e da soli sono più di quanto regalato a tutti i candidati repubblicani messi insieme.
E poi c’è il paradosso Starr: nel 1998 aveva messo Hillary in imbarazzo, le aveva fatto fare la figura della donna tradita, l’aveva interrogata con l’America e il mondo intero a impicciarsi degli affari della camera da letto della Casa Bianca. Signora Rodham Clinton, suo marito ha raccontato una bugia a lei e al Paese, crede sia ancora in grado di fare il presidente? Hillary al momento più basso della sua esistenza: derisa dalla satira e oltraggiata da un vestito nero mai portato in lavanderia. Maledetto Kenneth Starr. Lei giù, lui su: famoso e celebre, baluardo dell’integrità morale, amato dalla metà degli Stati Uniti che detestava Bill. Gli diedero anche la copertina di Time: uomo dell’anno. La Clinton non l’ha mai sopportato: quel fango, quella vergogna, quell’insulto. E però senza Kenneth Starr forse oggi lei non sarebbe in corsa verso la Casa Bianca: la storia del Sexgate ha prodotto la nuova Hillary, che oggi mette in seconda fila il marito, costretto al ruolo di consigliere e compagno.
Le 445 pagine scritte da Starr la notte del 18 novembre 1998 in uno studio di Washington sono state la rivincita: quella requisitoria, sterminata ma insufficiente a portare all’impeachment, è diventata la prima arma della donna che può diventare la signora presidente degli Stati Uniti.
La seconda sono i soldi e pure in questo caso Starr ora contribuisce per la sua quota. Centoundicimila dollari. L’ex procuratore credeva d’essersi allontanato dalla politica e invece la politica continua a rincorrerlo. O forse è lui che non trova la forza per staccarsi davvero: Washington deve mancargli, se da quando se ne è andato, s’è cercato sempre un pretesto per tornarci. È diventato il simbolo della battaglia contro la pena di morte: due anni fa decise di assumere la difesa di Robert Lovitt un condannato all’iniezione letale che aveva ucciso il gestore di notte di una sala da biliardo di Arlington, in Virginia. L’omicidio fu proprio nella notte del 18 novembre 1998, mentre Kenneth stava leggendo le ultime pagine del suo atto d’accusa a Clinton.
Starr decise di difendere Lovitt pro bono, gratis. Vinse, all’ultimo secondo: la Corte suprema decise di sospenderne l’esecuzione. E vittoria anche a giugno 2006 da difensore di Michael Angelo Morales, graziato dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger, quando era già nel miglio verde.
È riapparso ancora, Kenneth, per un’altra causa politica: Blackwater Security Consulting contro Nordan. Lui rappresenta la Blackwater, una delle più grosse società di contractors usate dal Pentagono in Irak. Tre anni fa a Falluja quattro ragazzi assoldati dall’agenzia furono uccisi. I superstiti di quell’operazione vogliono un risarcimento. Kenneth Starr non vuole darglielo: «Nel 2004 quella era una vera guerra». Una guerra votata anche da Hillary Clinton.
Giuseppe De Bellis