Il giudice che ha condannato Previti spediva offese al governo Berlusconi

Il magistrato di Cassazione Ambrosini si rivolse al ministro Moratti: il Polo calpesta la legge

Gianluigi Nuzzi

Silvio Berlusconi e i suoi ministri? Autori di «un attacco inaudito e intollerabile verso i giudici e verso la giustizia». Portano avanti leggi che cercano solo di «mettere la museruola ai giudici». Il guardasigilli Roberto Castelli? «Un ingegnere valligiano che confonde la giustizia con l’immondizia». Non si tratta dell’ultima assise dei girotondini. O di qualche slogan di Antonio Di Pietro. Peggio: sono teoremi di un alto magistrato. Parole di Giangiulio Ambrosini, giudice di Cassazione e soprattutto presidente imparziale del collegio che due settimane fa al processo Imi Sir ha condannato Cesare Previti a sei anni di reclusione.
Che Ambrosini fosse uno dei padri di Magistratura democratica, corrente di sinistra delle toghe, è cosa nota. Che nel ’70 firmasse per il movimento studentesco documenti sottoscritti «da venti compagni di Md», contro «l’illegalità» di certi reparti della polizia, pure. Non si conosceva il manifesto politico che da solo firmò contro il Polo nel 2003, condannando senza appello le leggi sulla giustizia, la riforma scolastica e le scelte del Consiglio dei ministri del centrodestra. A settembre del 2003 con toni tra il sarcastico e il beffardo, di certo inconsueti per un magistrato della Suprema corte, Ambrosini aveva infatti vergato una lettera aperta a Letizia Moratti. Pubblicata dal trimestrale torinese «Laicità» era finora passata sotto silenzio. Eppure i toni sono marcati, perentori: «Ministro Moratti, è davvero sicura - questo l’incipit - che nella scuola da lei riformanda (dio sa come) non verrà insegnato ai giovani che i giudici sono psichicamente disturbati, che sono matti, che sono antropologicamente diversi? Se ha almeno qualche dubbio, è il momento di esprimerlo». Invitando la Moratti a reagire, la confronta con il mai nominato guardasigilli Roberto Castelli. «Lei Moratti - prosegue infatti la missiva - non è un ingegnere valligiano che confonde la giustizia con l’immondizia». Ambrosini paragona poi il processo Muccioli alle leggi sulla giustizia volute dal centrodestra con riferimenti diretti all’allora premier Berlusconi: «Ricorda la vicenda processuale di Muccioli e di San Patrignano - chiede il giudice - quando lottava dentro il processo e non contro il processo perché fosse riconosciuta l’innocenza dell’imputato? E aveva ragione, perché i giudici non erano matti e la battaglia processuale ha avuto una soluzione equa. Che cosa è cambiato da allora? Perché dei giudici non ci si può più fidare soltanto perché osano processare chi l'ha messa a capo di cotanto ministero?». Ambrosini punta l’indice anche contro il Consiglio dei ministri: «Che cosa riesce a dire nei Consigli dei ministri quando si varano disegni di legge destinati a mettere la museruola ai giudici, a impedire che svolgano il loro compito istituzionale? (...) Lei è davvero d'accordo sul fatto che si calpesti la Costituzione, su cui ha giurato, e che la magistratura è il nemico da battere a tutti i costi (ricorda la priorità della legge Cirami quando la scuola andava a picco?)».
Insomma, bisogna reagire «contro l'arroganza verso i giudici, contro il disprezzo che si abbatte sugli appartenenti a un potere dello Stato (il terzo, ma non ultimo) che ha pagato un prezzo altissimo in vite umane. Erano davvero matti i vari Falcone e Borsellino, Livatino e Chinnici, Alessandrini e Saitta e quanti altri?Io mi aspetto che lei dica di no, non solo per quanti sono morti, ma anche per quelli che sono vivi e ogni giorno praticano il loro lavoro silenziosamente o con qualche (perdonabile?) voglia di protagonismo». Insomma da una parte giudici rimasti vittime, dei protagonismi eclettici da perdonare, dall’altra «l’insolenza e la pervicacia, la iattanza e la presunzione» che la Moratti «se davvero è un ministro della Repubblica non può avallare». E l’affondo: «Come componente del governo non può assistere in silenzio allo scempio che si cerca di fare della giustizia, al tentativo di asservimento della pubblica accusa ai voleri dell'esecutivo, alla mordacchia che si cerca di applicare ai giudici. Non mi dirà che di giustizia non se ne intende e si affida al "tecnico" Castelli. Non posso crederci, perché mi verrebbe il dubbio che il tecnico Castelli si affidi incondizionatamente a lei, così che la collegialità del governo diventi una sorta di puzzle in cui ciascun pezzo è privo di autonomia e dipenda nella sua collocazione soltanto dalla mano del conduttore». E qui attacca direttamente Berlusconi: «Già, a proposito, cosa mi dice di quest'ultimo? È davvero d'accordo su tutto quel che dice (anche fuori dal coro) e fa? Non ho mai sentito una parola sul suo capo, il cui ruolo dovrebbe essere soltanto di "primus inter pares". Il silenzio non può ingannare nessuno. Allora devo concludere che è corresponsabile, non solo del fallimento di una riforma improbabile – in tutti i sensi – della scuola, ma anche di un attacco inaudito e intollerabile verso i giudici e verso l’istituzione giustizia».
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it