Il giudice che si candida non deve più vestire la toga

di Santo Versace*

In questi giorni si discute, a tutti i livelli, di riforma della giustizia. Su una cosa sono tutti d’accordo: il tema è quello su cui si misurerà la tenuta del governo e della maggioranza. L’opinione unanime è che, trattandosi di un argomento di eccezionale rilievo che coinvolge, in un modo o nell’altro, scelte di rilievo costituzionale, un accordo sarà comunque raggiunto rebus sic stantibus e solo sulle linee generali, mentre alla prima occasione di un voto parlamentare, tutto sarà rimesso in discussione.
Sembrerebbe, quindi, che ancora una volta la tanto attesa riforma della giustizia italiana rimarrà sulla carta, come tante volte è accaduto in passato. Per quanto mi riguarda, non voglio cedere al pessimismo e credo che vi siano margini per tentare non la «grande riforma» di cui si parla in questi giorni ma l’approvazione di norme circoscritte e specifiche che affrontino alcuni dei nodi del problema giudiziario a partire da una verificata convergenza di pressoché tutto lo schieramento politico e di larga parte della magistratura. In altre parole, vi sono temi su cui non solo non vi è contrapposizione tra maggioranza e opposizione, tra centrodestra e sinistra, ma vi è una dichiarata convergenza.
Uno di questi temi è quello della incandidabilità e ineleggibilità dei magistrati. La questione è stata recentemente dibattuta in occasione delle elezioni europee prima e di quelle regionali dopo. Il caso del magistrato De Magistris (quello della ben nota indagine Why not i cui risultati sono stati finalmente adeguatamente valutati non da un berlusconiano di ferro ma da un giudice dell’udienza preliminare) e poi quello in Puglia del magistrato Nicastro eletto nel consiglio regionale pugliese hanno sollevato per l’ennesima volta un coro di commenti negativi che hanno considerato un abuso il fatto che certi magistrati potessero candidarsi a distanza di pochi giorni dall’ottenimento dell’aspettativa, addirittura negli stessi luoghi dove avevano esercitato sino a una settimana prima le loro funzioni.
Il Csm attraverso il suo vice presidente Mancino prese posizione contro questo andazzo, richiedendo un intervento del legislatore. Serve una nuova disciplina della materia se è vero, come tutti dichiarano, che il magistrato non solo deve essere ma deve anche apparire imparziale. È evidente che tale non è quel magistrato che si candidi nel luogo in cui è stato titolare di un ufficio giudiziario fino a pochi giorni prima e che può, quindi, trarre vantaggio dall’influenza che ha acquisito sul campo. Anche perché non si comprende la disparità di trattamento dei magistrati rispetto ai consiglieri regionali, ai sindaci di comuni con più di 20mila abitanti e ad altre numerose categorie della pubblica amministrazione che sono ineleggibili se non siano cessati dalla carica almeno 180 giorni prima della data di scadenza della legislatura.
Ma l’aspetto più inaccettabile dell’attuale disciplina è quella che consente il rientro nei ruoli della magistratura di coloro che sono cessati dalla carica elettiva o che sono stati bocciati dal voto degli elettori. Una volta compromessa la loro immagine di imparzialità, decidendo di schierarsi con un partito, i magistrati non devono più rientrare nei ruoli della magistratura. Su questo sono tutti d’accordo. E io mi chiedo per quale ragione non si riesca a trovare il tempo nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato per elaborare rapidamente una proposta che metta assieme il meglio delle diverse proposte già esistenti (una di queste è la mia) e che sottoponga all’aula un testo così largamente condiviso.
Si potrebbe, ad esempio, evitare, che alle prossime elezioni si ripeta lo spettacolo assai poco edificante che si è prodotto in occasione delle ultime elezioni amministrative. Sono certo che questo tema non sia il più importante in questo momento, quando tutta l’attenzione è concentrata su altri e ben più delicati temi qual è, ad esempio, il Lodo Alfano costituzionale.
Si tratta, però, di avviare a soluzione con la condivisione di tutti o quasi i partiti presenti in Parlamento una questione che entra di pieno diritto nel rapporto tra politica e magistratura. Mettere ordine nel modo in cui viene esercitata la giurisdizione e disciplinare severamente l’ingresso in politica dei magistrati, impedendo che qualche pm strumentalizzi per scopi elettorali indagini a lui affidate e da cui gli è derivata grande notorietà e visibilità sui media, può essere un primo passo verso il ripristino di un corretto rapporto tra magistratura e politica. Si può fare? È quello che chiedo al ministro Alfano, a Schifani e a Fini, ai presidenti Berselli e Bongiorno. Meglio un piccolo risultato su un tema circoscritto che uno sterile dibattito sulle grandi riforme che non approda a nulla.
*Deputato Pdl e imprenditore