Il giudice-ciclista: «Pedalo controvento e spero di salvarmi»

nostro inviato a Contursi Terme (Salerno)

Il tifoso ciclista sta in toga dentro il Palazzo di giustizia. Anche oggi c'è udienza: come presidente del tribunale penale, deve resistere al richiamo della passione. Fosse in una defilata pretura piemontese o friulana, potrebbe pure concedersi una fuga. Ma per sua scelta è un magistrato di frontiera: da quattro anni sta a Paola, dove i processi grondano sangue e terrore. Storie e affari di 'ndrangheta. Per quanto forte sia la tentazione della tappa che parte a pochi chilometri da qui, il dottor Giovanni Spinosa è irremovibile: come un Ulisse legato alla barca, resta al suo posto e affronta altro malaffare. Anche stavolta, con un po' di malinconia, l'udienza è aperta.
Se Spinosa non va al Giro, il Giro va a Spinosa. Il mio Giro, almeno. Trovo edificante e doveroso, in questo viaggio nell'Italia più nascosta che nessuno racconta mai, rendere un sommesso omaggio alla storia bellissima di un vero servitore dello Stato. Per una volta, c'è la possibilità di parlare di giustizia alta. E di giudici idealisti. Che ancora ci credono. Sulla cruenta battaglia che nei palazzi romani divide politica e magistratura, dalle lontananze di Paola c'è spazio solo per una battuta: «Qui, le vediamo come beghe tra comari...».
Chi è Spinosa? Per conoscere la sua reputazione, più che ai colleghi, bisognerebbe chiedere agli ambienti criminali. In primo luogo, ai signori della Uno Bianca. Fratelli Savi, mele marce nel cuore della questura bolognese. È proprio Spinosa, in quel tempo sostituto procuratore nel capoluogo emiliano, a braccarli e a raccogliere la confessione di Eva Mikula, la donna del clan. Anni tremendi e dilanianti, che inondano di veleni gli ambienti della legge. «Ricordo dolorose divisioni: qualcuno voleva pesare la vicenda come attività isolata di un gruppetto deviato, io sostenevo legami a più alto livello, con la malavita organizzata del Sud. Il processo in Corte d'Assise ha dato ragione a me...».
Il dottor Spinosa ha 54 anni. Molisano, nativo di Termoli e cresciuto a Montenero di Bisaccia («Mica esiste solo Tonino, a Montenero»), negli anni dell'adolescenza si trasferisce a Bologna, seguendo il papà funzionario del Banco di Napoli. Liceo, università, poi l'ingresso in Procura. Sempre, dopo i codici, la bicicletta. «È la passione che mi ha inculcato con le poppate mamma Maria. Lei era tifosa di Vito Taccone. Non appena ho potuto, mi sono messo a pedalare. E alla bici, in fondo, devo anche il mio ingresso in magistratura. Successe in fondo a una discesa: caduta paurosa, con due giorni di coma. All'uscita dall'ospedale trovai mio padre che mi disse: scordati la bicicletta. Io cercai subito il patteggiamento: papà, se mi lasci la bicicletta, mi iscrivo al concorso di magistratura. Lui, che ci teneva, accettò. Da lì è cominciato tutto...».
Vent'anni da piemme a Bologna. Oltre alla Uno bianca, memorabile anche una mega-inchiesta contro il doping, con la farmacia dei Giardini Margherita al centro del mirino. Poi, quattro anni fa, la decisione di cambiare aria. Tante polemiche, qualche dissapore, una certa stanchezza: «A Bologna avevo provato tutto. Sentivo l'esigenza di ricominciare. Ho chiesto il Sud: o la Sicilia, o la Calabria. È arrivata Paola, mi sono presentato nella convinzione di lavorare al fronte. Ho dovuto cambiare: da piemme a giudicante. Tanti processi, tante facce, tanti orrori. Cosa posso dire? Ho imparato prima di tutto che un giudice non può stare troppi anni nello stesso luogo. Io mi accorgo di conoscere già troppe persone: per quanto mi mantenga sereno nei giudizi, è ora di cambiare aria. Lo farò appena possibile. La richiesta sarà precisa: voglio tornare a fare il piemme. A condurre inchieste. È l'unico modo per incidere nel tessuto degradato di questo nostro Sud, così compromesso e vilipeso...».
Il suo sogno è Marsala, la Procura che fu di Borsellino. Potrebbe arrivare alla pensione seduto sullo scranno del giudice, ma preferisce ricominciare da dov'era partito: braccando i farabutti. Dottore, non è un po' folle? «Lo Stato non mi dà un grande stipendio, ma mi dà onore, orgoglio e prestigio. Io gli devo qualcosa. Fare il mio dovere al fronte. Fare qualcosa di più». Qui al Sud, rischiando tutti i giorni la pelle? «Qui al Sud, dove lavora la magistratura migliore».
Ma che vita è, la vita di un giudice al fronte? Spinosa non la racconta con toni eroici. «La mia famiglia è rimasta a Bologna. Io torno quando posso. Qui, la mia giornata è molto piena: alle sette sono in tribunale. Fino a sera. Ogni tanto, salgo in bici e pedalo verso l'interno, contemplando la Calabria più bella, dove non è arrivata la devastazione degli uomini. Paura? Certo serve qualche precauzione: cambiare abitudini e tragitti, eccetera eccetera. Finora la 'ndrangheta ha dimostrato di non alzare il livello della tensione, colpendo la magistratura. Certo sarebbe seccante fossi proprio io a rompere la tradizione...».
Gli chiedo se si senta solo. Sorride: «Ho scelto la solitudine quando ho deciso di non essere un magistrato di corrente. Difatti, nei momenti più duri, nessuno mi ha dato una mano. Ma non importa. Mi consolo sempre con una bellissima poesia che carabinieri e polizia, insieme, mi scrissero quando lasciai Bologna. Quelle sono le cose che valgono, non altro. Nella mia vita di giudice, mi sono caricato la toga sulle spalle e sono andato avanti seguendo le mie idee. Così continuerò a fare...».
Chiusura con domanda ingenua, la solita che gli rivolgono quando parla nelle scuole: ma serve a qualcosa, tutto questo? Con molta ironia, il giudice ciclista così mi saluta: «Forse lei mi chiede se sono ottimista in questa lotta contro il male, soprattutto nelle terre delle mafie. Le rispondo semplicemente: no, sono pessimista. Però io non cedo. Continuo a pedalare. Sempre controvento. Anche il mio Giro d'Italia non finisce qui...».