Il giudice condanna Mills per accusare Berlusconi

La motivazione della sentenza contro il legale. Il tribunale fa capire
che, se avesse potuto, avrebbe punito anche il premier. Che non era
imputato

Milano Silvio Berlusconi non era imputato. Ma a pagina 359 delle motivazioni della condanna per corruzione dell’avvocato inglese David Mills, i giudici milanesi scrivono perché, se avessero potuto, avrebbero condannato volentieri anche il capo del governo. «Silvio Berlusconi. Soggetto che era comunque certamente l’interessato al buon esito dei procedimenti; che era ed è al vertice del Gruppo di cui le società offshore facevano parte; alla cui volontà era subordinata qualsiasi decisione quanto a Century One e Universal One; in nome e per conto del quale agivano tutti i dirigenti Fininvest con cui Mills entrava in contatto e collaborava; il cui consenso esplicito, infine, aveva consentito il passaggio del dividendo nella disponibilità di Mills». Affermazioni pesanti, nei confronti di un imputato che non era più nel processo, e che contro di esse non può nemmeno fare appello.
In sostanza, tra le maglie di una sentenza tecnicamente assai complessa, i giudici dicono che Mills era il regista dei conti segreti della Fininvest; che quando negli anni Novanta i magistrati milanesi iniziarono a indagare su quei conti, fu Mills a impedire loro di arrivare a Berlusconi; se avesse parlato, Berlusconi sarebbe stato condannato per la corruzione della Guardia di finanza e per avere violato la legge antitrust; per ricompensarlo dei suoi silenzi, Silvio Berlusconi – attraverso manager di sua fiducia – lo fece pagare.
Alla fine, la sentenza condanna – a quattro anni e mezzo di carcere – il solo avvocato Mills: e non poteva essere altrimenti, perché l’accusa a Berlusconi è stata congelata dall’entrata in vigore del «lodo Alfano». Ma il tribunale presieduto da Nicoletta Gandus – il magistrato che Berlusconi ha cercato invano di ricusare per la sua militanza a sinistra – fa capire chiaramente che se il Cavaliere fosse rimasto sul banco degli imputati sarebbe stato condannato anche lui. «È risultato in questo dibattimento che la condotta di Mills era dettata appunto dalla necessità di distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero, la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi».
Per arrivare a questa certezza, i giudici dovevano scegliere tra le due versioni fornite nel corso degli anni da Mills: che prima confessò di avere ricevuto 600mila dollari da Carlo Bernasconi, manager Fininvest poi defunto, come ricompensa per non avere accusato il Cavaliere; e poi cambiò versione, dicendo che in realtà i soldi venivano dall’armatore napoletano Diego Attanasio.
Qual è la verità? La prima di Mills o la seconda di Mills? Intorno a questo interrogativo si giocava tutto il processo. E il tribunale non ha avuto dubbi: Mills dice la verità quando accusa Berlusconi, e mente quando lo scagiona. «Vi sono tutti gli elementi – scrivono i tre giudici – per ritenere che la confessione stragiudiziale di Mills sia stata, di per sé, veridica, genuina, attendibile».
Restava da sciogliere un altro nodo: dimostrare contabilmente che i soldi venivano proprio da Fininvest. Per scoprirlo sono state compiute due colossali consulenze. Eppure la prova, alla fine, non si è trovata. Ma i giudici sostengono che Mills ha detto frottole quando ha cercato di attribuire i soldi ad Attanasio. E Mills è uomo di «diabolica macchinazione», capace di ordire «nidi protetti, i fortini sicuri, le casseforti impenetrabili, in cui poter mescolare a lungo le somme». Quindi i soldi – anche in assenza della prova provata – ben potevano venire da Fininvest. «E il prezzo della corruzione di Mills comprendeva già il “disturbo” per tutte le operazioni di riciclaggio che egli avrebbe dovuto compiere per nascondere, mascherare, trasformare, schermare la somma che gli veniva illecitamente corrisposta».