Il giudice fannullone licenziato: «Crollato per il troppo lavoro»

Edi Pinatto replica al Csm: non merito la rimozione, farò ricorso

da Milano

«Amo troppo questo lavoro per lasciarlo così. E quindi farò ricorso in Cassazione contro la decisione del Consiglio superiore della magistratura». Il giorno dopo la pesante sentenza del Csm - che lo ha rimosso dall'incarico per colpa grave, in relazione agli otto anni impiegati a scrivere la sentenza di un processo per mafia - il pubblico ministero Edi Pinatto è regolarmente nel suo ufficio alla Procura di Milano. Appare molto provato. Ma è anche convinto che non sia detta l’ultima parola, perché il licenziamento non è operativo fino al ricorso davanti alle Sezioni unite civili della Cassazione. «È chiaro che otto anni per scrivere una sentenza non sono difendibili - spiegava nelle settimane scorse - ma quel che è accaduto è semplice: sono crollato sotto il peso di un carico di lavoro eccessivo». Una sanzione anche dura - come la sospensione dal lavoro e dallo stipendio per uno o due anni - il pm se l’aspettava. Ma considera eccessivo il licenziamento in tronco, specie se si paragona il suo caso a quelli di altri magistrati, protagonisti di episodi altrettanto eclatanti eppure passati quasi indenni dal Csm.
Ieri Pinatto è rimasto a lungo a colloquio con il suo capo, il procuratore Manlio Minale, e con l’aggiunto Nicola Cerrato, capo del pool ambiente e lavoro. Con Cerrato si è discusso soprattutto della sorte del fascicolo più delicato oggi in mano a Pinatto, l’indagine sui due edili egiziani morti domenica scorsa in un incidente sul lavoro: «Edi, devi essere tu a decidere - gli ha detto il procuratore aggiunto - per me tu sei ancora in servizio a tutti gli effetti, quindi se vuoi andare avanti nell’inchiesta a me va bene. Certo, se non senti di avere la serenità necessaria...».
Sul tavolo di Pinatto intanto piovono messaggi di solidarietà di colleghi e di superiori. «Non penso - scrive un pm assai in vista - che la destituzione del collega deliberata dal Csm renda migliore la magistratura. Difficile remare contro quando soffia il vento impetuoso di richieste invocate dalla stampa e dalle più alte cariche dello Stato. Sempre triste lo spettacolo della vittima sacrificale che placa il furore delle masse. Ancora più doloroso quando la vittima non si contorce, non ha amici in Parlamento o nella stampa e ammette umilmente le proprie colpe».
Si tratta, per ora, di messaggi privati, destinati a circolare solo tra gli addetti ai lavori. Ma in queste ore alcuni colleghi di Pinatto stanno dandosi da fare perché sia la Procura - attraverso i suoi capi o tramite un pronunciamento collettivo - a scendere in campo pubblicamente contro il licenziamento del pm: una punizione che viene considerata da molti «eccessiva e demagogica». Anche se per ora l’unico a esporsi con nome e cognome è il pm Marcello Musso: «Sono addolorato e stupefatto. Pinatto è un collega che stimo profondamente per la sua generosità e il sacrificio e la dedizione dimostrata verso il lavoro».