IL GIUDICE PAGHI I SUOI ERRORI

È vero che siamo abituati a vederne di tutti i colori: ma certe decisioni della magistratura ci farebbero venire il dubbio, se non stessimo assistendo a delle tragedie, di essere su «Scherzi a parte».
Prendiamo ad esempio il caso di Gravina. Quando il giudice ha ordinato l’arresto del padre di Ciccio e Tore, per motivare la sua convinzione che i due piccoli non potevano essere spariti per disgrazia (ipotesi che invece ora appare la più probabile), ha scritto: «Resta il fatto insuperabile che Gravina di Puglia non è un comune di alta montagna, con crepacci, burroni e slavine pronti a seppellire per sempre i corpi dei malcapitati». Peccato che un luogo adatto a seppellire i corpi c’era, ed era lì a un palmo di naso. Ma non solo: basta aprire un vocabolario - o anche solo digitare su Internet, se proprio non si ha voglia di alzarsi dalla seggiola - per vedere che alla voce «gravina» si legge: «Profondo crepaccio eroso in terreni calcarei; ve ne sono in Puglia e in Lucania». Può un magistrato che lavora in Puglia non sapere che Gravina si chiama Gravina proprio perché pieno di gravine? Insomma era possibilissimo che i due fossero scomparsi per disgrazia. Eppure il magistrato l’ha escluso a priori e ha messo in galera il padre per omicidio. Per lui, c’era un fatto «insuperabile».
Di «insuperabile» sembra esserci invece la tranquillità con cui si possono prendere le decisioni più assurde senza timore di pagarne il dazio. Ieri, altro esempio, è stato scarcerato il figlio di Totò Riina, Salvuccio, condannato in appello a 8 anni e 10 mesi per mafia. «Scadenza dei termini di custodia cautelare», è stata la motivazione. «La Cassazione ha applicato la legge», ha commentato il presidente dell’Associazione Magistrati. Certo: i termini erano scaduti. Ma chi non ha chiuso il processo in tempo, se non i magistrati?
Anni fa un sostituto procuratore del tribunale dei minori di Milano accusò un povero papà di avere sodomizzato la figlia di due anni, che invece aveva un cancro al retto, del quale morì. Ma quel magistrato fu promosso per anzianità e, da sostituto che era, divenne capo del suo ufficio.
Certo: in tutti i lavori c’è gente che sbaglia, più o meno colpevolmente. Ma chi sbaglia di solito paga: ovunque, tranne che in magistratura, un mondo che vive di autocontrollo, un mondo dove non c’è distinzione di carriera tra persone meritevoli e incapaci. Qualche tempo fa il professor Pietro Ichino, che ora si candida con Veltroni, ha meritoriamente introdotto il tema dei «fannulloni» nella pubblica amministrazione. È tempo che la questione venga estesa alla magistratura. Difficile che il Pd riesca a convincere il suo alleato Di Pietro a seguirlo su questa strada. Ma è una strada che è indispensabile percorrere: non per un interesse di destra o di sinistra, ma per la sicurezza di tutti gli italiani.