Il giudice piega la legge sulla fecondazione: sì ai test sugli embrioni

Accolto il ricorso di una donna malata che prima dell’impianto vuol sapere se il bebè nascerà sano

E due. Sono due le picconate dei giudici alla legge sulla procreazione assistita. Che vacilla sempre in fatto di diagnosi pre impianto. Prima c’è stata la clamorosa sentenza del tribunale di Cagliari, ora quella del tribunale di Firenze che lo segue a ruota per sostenere, a dispetto di quanto stabilisce la legge, che è lecito eseguire i test sugli embrioni da impiantare in una fecondazione assistita se c'è il rischio di trasmettere una grave malattia genetica. Come l’estosi, forma rara che genera la crescita smisurata della cartilagine delle ossa, di cui è affetta una donna milanese che ha vinto la causa.
Il varco dunque è ormai aperto e il ministro della Sanità, Livia Turco, dovrà presto metter mano alla norma per evitare ricorsi a catena in tutta Italia. I portatori di malattie genetiche, infatti, sono tantissimi, tre milioni solo per la talassemia, e chi di loro vuole avere figli non affetti dalla stessa patologia, deve migrare all’estero e sostenere spese di trasferimento, di degenza ospedaliera, di costi per la diagnosi embrionale. Lo stress che subisce una donna per sostenere tutto questo, inoltre, non ha prezzo. Ma pare che non si debba più avere almeno diecimila euro nel cassetto per poter concepire un figlio sano. La via del ricorso sembra ormai vincente. Lo sa bene Simona, la donna talassemica che ha vinto la prima causa pilota e che tra qualche mese potrà sapere se è normale l’embrione selezionato nel centro Microcitemico di Cagliari e attualmente congelato.
Ne è convinto anche Giovanni Monni, direttore dell’istituto: «Sono fiducioso, le cose cambieranno presto. Io ricevo centinaia di telefonate da tutta Italia di potenziali genitori che mi chiedono come fare per evitare di avere un figlio malato come loro. A tutti rispondo di avere pazienza. Il ministro Turco non potrà non tenere conto delle due sentenze sulla diagnosi pre-impianto».
Il senso delle decisioni, del resto, sono simili e ricalcano quando stabilito dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione in tema di diritto alla salute della donna e del diritto di eguaglianza. «Assistiamo a un controsenso giuridico – aggiunge Monni –. Da una parte si ammettono esami invasivi come l’amniocentesi oltre all’eventuale aborto terapeutico nel caso di feto malato, dall’altro non si ammette la diagnosi fatta su un embrione di otto cellule che potrebbe evitare di far nascere un bimbo con seri problemi genetici». Monni, del resto, sostiene la vita a tutti i costi. «Io non dico di buttare via l’embrione malato, ma chiedo di conservarlo in attesa di terapie nuove che possa curare il futuro feto».