Il giudice sentenzia: «Non si ride in aula»

Avvocato ripreso più volte durante un’udienza: il caso viene messo a verbale

Enrico Lagattolla

E poi dicono che ridere fa bene. Chiedetelo all’avvocato C., che in un’aula (del Tribunale) è stato sgridato dal giudice M. come nemmeno in un’aula (di scuola). Con tanto di nota sul registro. Tutta colpa di una gomma da masticare, e di un eccesso di ilarità. Roba seria davvero.
Con austera severità togata, il giudice M. siede in cattedra a decidere la convalida di un arresto. In ballo, un delicato caso di violenza domestica. Seduto sul banco in ultima fila (e dove, sennò?), l’avvocato C., che in quell’aula ci stava da semplice «spettatrice». Poi, l’imponderabile orrore. C. si fa beccare mentre rumina impudente un chewingum. Prima reprimenda.
Il giudice M. rimbrotta C. che mica si può masticare in un’aula di tribunale, quindi le ordina perentorio «di buttare quella cicca», ma «mica la vuole buttare qui dentro», perciò «vada fuori». Reprimenda numero due. L’avvocato in castigo prende, esce dall’aula, getta la gommosa dello scandalo e rientra. Ma ormai M. l’ha presa di punta. Un incubo scolastico-adolescenziale, col prof. che aspetta l’alunno al varco. E al primo sgarro, nota sul registro.
E la nota arriva. Succede quando C., tornato nelle retrovie, fa «gomitino» al collega che gli sta accanto. Una battuta, forse, - ma non è dato sapere cosa i due si siano detti - e a C. scoppia una risata. Niente di fragoroso, ma tanto basta. Il giudice M., curvo sulla sentenza, si interrompe stizzito. Molla la penna e sbotta. «Cancelliere - esordisce - metta a verbale. L’avvocato è improvvisamente prorotto in una risata davanti agli imputati, al personale dell’Arma, al personale di polizia giudiziaria, al pubblico ministero, ai poliziotti». Fin qui la nota.
Fatto trenta, fa pure trentuno. «Cancelliere, trasmetta copia del verbale al Consiglio dell’Ordine degli avvocati, affinché valuti ai fini dei principi della deontologia professionale tale genere di comportamento». Insomma, nota sul diario da far firmare ai genitori. E C., con fare assai «british», incassa senza colpo ferire. Chiamata a scandire nome e cognome, fornisce le generalità senza esitazione. Nessun commento sul fatto, né sui motivi della sua «spudorata» ilarità. Un comportamento, sostiene il giudice, che potrebbe non essere compatibile con i principi deontologici che l’avvocato ha giurato di rispettare. Roba seria davvero. E non c’è niente da ridere.