Il giudice solitario che ha condannato la ’ndrangheta

L’uomo che per 110 volte ha pronunciato la parola «condanna» è un signore di mezza età, capelli brizzolati e sigaretta (spesso) accesa. Un recente passato da pm a Como, cordiale ma di poche parole, da un anno è al settimo piano del Palazzo di giustizia. Non un gigante, ma qui la statura non si misura in centimetri. Perché Roberto Arnaldi è il giudice che ha detto che «la ’ndrangheta in Lombardia esiste». E lo ha fatto con una sentenza epocale, chiudendo il cerchio di un’indagine svelata 14 mesi fa con una raffica di arresti e conclusa tra i boati di protesta di boss e manovali delle cosche, nell’aula bunker di Ponte Lambro, in una notte che segna il confine tra un’organizzazione criminale mimetizzata nella «zona grigia» della società, e un «fenomeno mondiale» - così lo definisce il procuratore aggiunto Ilda Boccassini - fatto di carne, ossa e pallottole, pizzo e affari, collusione e potere.