Il giudice sugli stupratori: «Non sono umani»

Milano«Selvaggi». «Brutali». «Inumani». Responsabili di «sordidi rituali» e vere e proprie «torture». La crudeltà si declina in poche pagine. Una dozzina in tutto, per chiamare l’efferatezza col proprio nome. Dodici pagine di motivazioni con cui il gup di Milano Giovanna Verga spiega la sentenza di condanna pronunciata nel novembre scorso nei confronti di Artinovici Musulica - neanche ventenne - e Napoleon Ciobataru - classe 1978 - a 12 anni di reclusione con rito abbreviato per violenza sessuale aggravata e sequestro di persona. Due romeni che tra l’aprile e il giugno del 2007 stuprarono e picchiarono (assieme ad altri tre complici, già rinviati a giudizio) prima una prostituta albanese sequestrata lungo una strada provinciale («selvaggiamente percossa a sangue e stuprata fino a farla svenire, tanto che lei aveva pensato di morire, ed era stato il pensiero del figlio a darle la forza di vivere», si legge ancora nel documento), e poi una giovane italiana che a Pioltello, in provincia di Milano, si era appartata in auto con un ragazzo. Costretto, quest’ultimo, ad assistere all’aggressione. Minacciato con un cacciavite.
Prima, il giudice si sofferma sulle ricostruzione della notte di violenza. Scrive il gup Verga che «erano circa le 22 del 26 giugno 2007. I due ragazzi avevano deciso di appartarsi nel solito posto vicino a un’edicola. Erano parcheggiati con il motore spento, avevano abbassato i sedili della macchina, lei era seduta sul lato del passeggero quando hanno sentito una macchina frenare di colpo, dal mezzo sono scesi quattro uomini armati con atteggiamento brusco, forse drogati. Erano tutti armati, tre avevano la pistola e uno un cacciavite. Dicono loro “dateci tutto quello che avete”». È l’inizio dell’incubo. «Uno le intimava di scendere dalla macchina e sotto la minaccia delle pistole la portavano poco distante». Il ragazzo «gridava loro di lasciarla stare, di non farle del male, ma loro la obbligavano a spogliarsi sempre sotto la minaccia dell’arma». Quindi la violenza. Anzi, il «sordido rituale», come lo chiama il giudice. Perché mentre la giovane veniva «fatta inginocchiare e sotto la minaccia di un’arma costretta» all’umiliazione, il ragazzo «era costretto, ostaggio di uno dei criminali, ad assistere impotente allo stupro continuato della sua compagna, che per quasi due ore è stata in balia di efferati delinquenti». Poi, «tutte e due, terminato lo stupro, sono stati tenuti ancora prigionieri per un apprezzabile lasso di tempo». Di qui, l’accusa di sequestro di persona. Per questo - insiste il gup - «non può non sottolinearsi la gravità dei fatti e l’intensità del dolo». Così, il magistrato, qualifica il branco di romeni. «Gli imputati - scrive infatti nelle motivazioni della sentenza - hanno agito in maniera gratuita e con una inumanità che si sarebbe portati a ritenere estranea al genere umano». Ancora, «si sono accaniti su persone indifese, a loro sconosciute, verso le quali non avevano motivi di contrasto e rancore». E soprattutto, «quasi per divertimento». Non è finita. «Hanno mostrato tutta la loro brutalità su donne indifese, oltraggiandole e umiliandole con una violenza senza ragione». Perché «non si sono limitati a picchiare, spaventare e rapinare le vittime», ma «le hanno anche stuprate costringendole a rapporti non protetti con modalità che sanno di tortura». E infine, «non ancora paghi, dopo le rapine e gli stupri i violentatori hanno trattenuto in ostaggio le vittime finché il loro capo ha consentito la liberazione».
Questo il quadro. Orrendo. Così, il giudice, fa quasi fatica a quantificare un risarcimento per la vittima (fissato comunque a 300mila euro, «a titolo di mero danno morale»). Perché «è certo che i fatti accertati hanno provocato gravissimi danni» alla ragazza, «danni la cui entità non è forse monetariamente quantificabile». «La giovane donna, infatti, dopo essere stata rapinata, è stata brutalmente abusata per circa due ore dagli imputati che si sono divertiti a umiliarla costringendola a subire rapporti non protetti con un rituale che, come già indicato, sa di tortura. E le conseguenze di tale fatto efferato sulla donna non richiedono spiegazione, essendo del tutto evidenti».
Allo stesso modo, conclude il gup, «è evidente la pericolosità sociale degli imputati». Per questo, «a pena espiata, dovranno essere espulsi dal territorio dello Stato».