Giudici e avvocati si arricchivano con la grande truffa dei fallimenti

BariAvvocati che vanno per la maggiore, consulenti dei salotti buoni, funzionari di banca disponibili a fare buon viso a cattivo gioco e chiudere un occhio. E anche insospettabili giudici dalla toga non troppo immacolata: sono tutti coinvolti nel terremoto giudiziario che sta facendo tremare il palazzo di giustizia di Bari, dove da giorni non si parla d’altro e ormai si accavallano le indiscrezioni sull’inchiesta della Guardia di finanza, che pian piano sta scoperchiando il pentolone del malaffare che sarebbe stato organizzato attorno alla gestione dei fallimenti.
Il sospetto è che per anni le procedure in realtà siano state utilizzate come una gigantesca macchina per fare soldi, una torta milionaria che sarebbe stata spartita tra quanti ricoprivano un ruolo nel presunto sistema truffaldino. Le indagini sono approdate a una fase delicata. Ma sono ben lontane dalla conclusione. E solo pochi giorni fa la procura di Lecce, competente a giudicare eventuali reati commessi da magistrati in servizio nel distretto della Corte d’Appello di Bari, ha aperto un’inchiesta parallela. Per il momento risultano indagati tre giudici baresi. E un fascicolo sulla vicenda è stato avviato anche dal Consiglio superiore della magistratura.
I riflettori sono puntati sulla gestione delle curatele su cui si affaccia l’ombra di un vorticoso giro di denaro e favori. Dal Salento non trapela nulla, massimo riserbo sull’inchiesta riguardante le toghe, neanche uno spiffero sulle piste seguite. Tuttavia qualche indiscrezione c’è. E riguarda la mole dei documenti trasmessi a Lecce, che a quanto pare hanno invaso gli uffici del tribunale. Insomma, le carte sono parecchie. Il motivo: gli inquirenti intendono procedere a ritroso del tempo ed esaminare con attenzione almeno quindici anni di fallimenti, una serie di faldoni che potrebbero racchiudere tasselli importanti in questo puzzle ancora da mettere insieme.
L’inchiesta è talmente ampia che è stata suddivisa in quattro filoni di indagine. In tutto gli indagati sono ventitré: tra loro, oltre a giudici e legali, ci sono bancari e cancellieri. Secondo la Guardia di finanza, ognuno avrebbe avuto un ruolo in questo presunto meccanismo illecito che a quanto pare – è l’ipotesi della Procura – era oliato a dovere e ha funzionato per anni fino al 2008. La cosa sarebbe però passata inosservata per diverso tempo. Fino a un anno e mezzo fa, quando il tribunale fallimentare lanciò l’allarme e fece scattare le indagini segnalando la presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro da parte di un avvocato, Gaetano Vignola, poi iscritto nel registro degli indagati; successivamente, nell’aprile scorso, fu arrestato il figlio, Marco Vignola, anch’egli avvocato, adesso tornato in libertà: nella misura cautelare a suo carico, il gip Vito Fanizzi sottolinea la necessità di capire se «abbia agito con la complicità di soggetti operanti all’interno degli uffici in vario modo preposti al controllo della gestione». Insomma, l’inchiesta diretta dal pm Ciro Angelillis si è allargata. Risultato: per il momento i riflettori degli investigatori sono puntati su ben 150 fallimenti, una montagna di carte che potrebbe anche lievitare.