Giudici inglesi scatenati: l’invito alla rivolta ignorato costa quattro anni di cella

Istigazione alla guerriglia su Facebook: fanno quattro anni di carcere «a scopo deterrente». Dopo la fine della «rivolta della feccia» che ha provocato immensi danni materiali e una profonda ferita morale nella società britannica (almeno nella sua parte sana), la giustizia di Sua Maestà picchia sempre più duro. E se il premier conservatore David Cameron plaude al «duro messaggio» inviato dai tribunali, qualcuno comincia a pensare che si stia esagerando: alcune associazioni per i diritti umani parlano di eccessiva rigidità e paventano il rischio di un condizionamento politico sul potere giudiziario.
Protagonisti della vicenda due giovani di 21 e 22 anni, Jordan Blackshaw e Perry Sutcliffe-Keenan, e il giudice Elgan Edwards. Entrambi i ragazzi avevano creato una pagina su Facebook che invitava gli utenti, con tanto di indicazione di data, orario e luogo, a incontrarsi per dar vita a rivolte e saccheggi in grande stile in tranquille località di provincia; Blackshaw l’aveva fatto per la cittadina di Northwich, Sutcliffe per quella di Warrington. Quello che lascia perplessi i critici della severa sentenza è che in entrambi i casi non è poi accaduto nulla: gli inviti sono rimasti lettera morta, nessuno si è presentato. Il giudice Edwards, tuttavia, ha emesso una sentenza molto dura, la più pesante tra le quasi 1300 già pronunciate per le violenze di queste settimane nelle città inglesi: per esempio a Manchester tre saccheggiatori hanno ricevuto pene non superiori ai due anni di carcere. Nel motivarla, dopo aver elogiato l’operato della polizia e sostenuto che il contenuto dei messaggi diffusi sul social network «fa gelare il sangue», Edwards non ha lasciato spazio a dubbi: speriamo, si è augurato, che possa fare da deterrente.
Il premier Cameron, come si diceva all’inizio, ha espresso tutta la sua soddisfazione: era stato lui stesso a invocare la “tolleranza zero” per i violenti da strada che avevano messo a ferro e fuoco Londra e numerose altre città inglesi. Cameron, consapevole di poter essere accusato di voler condizionare i giudici, ha pesato le parole: «È compito dei giudici comminare le sentenze - ha dichiarato - ma hanno deciso di lanciare un duro messaggio ed è una cosa molto positiva che le corti si sentano in grado di farlo».
La tendenza, in effetti, è quella di colpire severamente anche solo laddove si sia mostrata condivisione delle intenzioni dei violenti. Lo dimostra un’altra sentenza, emessa dal tribunale della città di Bury Saint Edmunds a carico di un minorenne per questo sovraeccitato messaggio sulla sua pagina di Facebook: «Credo che dovremmo cominciare a rivoltarci. È arrivata l’ora di dire basta: le autorità ci prendono in giro e stanno rovinando il Paese. È giunto il momento di sollevarci. Quindi forza riottosi». Il giudice Graham Higgins ha ravvisato in queste sciocche parole una minaccia concreta alla pubblica tranquillità e ha condannato il diciassettenne a 120 ore di lavori socialmente utili, a un corso di riabilitazione della durata di un anno e al coprifuoco dalle 19 alle 6 per tre mesi. Il ragazzo, difendendosi in aula, ha tentato di sostenere che voleva «solo scherzare», ma con scarso successo.
Se il premier esulta, non tutti all’interno della maggioranza parlamentare che sostiene il suo governo - che, va ricordato, è una coalizione tra i conservatori e i liberaldemocratici - condividono questa linea squisitamente repressiva. Il deputato lib-dem Tom Blake, ad esempio, ha detto che le sentenze dovrebbero «riequilibrare la giustizia» e non avere carattere «punitivo». E molti degli avvocati difensori dei looters hanno espresso lamentele, dicendosi convinti che in appello le sentenze saranno ammorbidite. Ma potrebbero sbagliarsi: quasi tutti i giudici le hanno motivate proprio spiegando che atti di questo genere commessi in un contesto di esplosione collettiva di violenza vanno puniti più severamente, dando così ragione a David Cameron.