Giudici di pace, l’esercito dei novemila. "Sbrighiamo una causa civile su due"

E secondo le statistiche arrivano a smaltire il 100% dei contenziosi

Milano - Sono novemila e otto. Più degli ottomilanovecentotrentotto giudici togati. I magistrati onorari hanno occupato più della metà del Palazzo. Una piccola rivoluzione portata a compimento in dodici anni, dal 1995, quando fra scetticismo e curiosità debuttarono. Per carità, pregiudizi, incomprensioni e diffidenza sono sempre diffusi; non è facile togliersi di dosso l’etichetta di quelli che sono entrati dalla porta di servizio, solo per tamponare l’emergenza fascicoli, l’arretrato spaventoso, nel penale come nel civile.
Complesso dare un giudizio su questa esperienza. Anche perchè sotto questa dizione rientrano categorie diverse: i giudici di pace, anzitutto, poi i giudici onorari del tribunale anche detti got, i viceprocuratori onorari, ovvero i vpo, i giudici onorari aggregati, i cosiddetti goa, in un tripudio di sigle e funzioni anche contraddittorie. Un convegno, a Milano nella prestigiosa sede di Palazzo Marino, è stato lo spunto per riflettere, non certo per arrivare ad una sintesi che pare lontana e che è figlia della cultura italiana: i giudici onorari sono fratelli minori dei loro colleghi che la toga l’hanno conquistata col concorso; per di più sono precari, a tempo, o «a cottimo», come ripete l’avvocato Ettore Martinelli, il consigliere comunale dei Ds che ha aperto i lavori.
Qualche merito però l’hanno dimostrato sul campo: «I 3.500 giudici di pace - spiega al Giornale il loro coordinatore milanese Vito Dattolico - sbrogliano oltre il 50 per cento di tutto il contenzioso civile del nostro Paese». E a differenza dei loro colleghi ordinari non si lasciano alle spalle arretrati, o quasi. Le tabelle fornite da Dattolico e dal Presidente dell’Ordine degli avvocati ambrosiani Paolo Giuggioli mostrano una capacità di definizione delle cause vicina al 100 per cento. Numeri sconosciuti per l’Italia che è entrata in Europa con un debito giudiziario quasi più pesante del deficit delle casse dello Stato.
Forse è arrivato il momento di decidere cosa fare di questi soldatini della giustizia sulla prima linea dei problemi quotidiani. Lasciarli a metà strada, come centauri imperfetti? Giudici che aspirano ad entrare nella corporazione, ricevendo, status e potere dei togati che, peraltro, non hanno alcuna intenzione di imbarcarli a bordo. Forse la giustizia onoraria dovrebbe cercare una sua strada autonoma, senza cercare parentele o legittimazioni altrove. E cercare il modo per crescere anche nel penale: nel 2003, al momento del lancio in questo ramo, i giornali titolarono a caratteri cubitali sull’ennesima rivoluzione e spiegarono quel che sarebbe successo: gli arresti nei weekend, per esempio, come un modo nuovo di amministrare la giustizia, strizzando l’occhio al cittadino e imitando da lontano i sempre mitizzati inglesi. Il seguito, purtroppo, non è stato all’altezza delle promesse: della rivoluzione, ammesso che ci sia stata, non si è accorto nessuno.