Giudici pesanti con Di Luca: 2 anni e 280mila euro di multa

Vengono toccati dove forse sono più sensibili: sul patrimonio. Il doping sta diventando davvero molto caro. Con una sentenza che farà discutere, la giustizia sportiva italiana infligge a Danilo Di Luca la prevista squalifica - due anni, si pensava addirittura tre -, ma aggiunge una pena incredibilmente efficace, su richiesta dell’Uci (federazione internazionale), in base all’impegno sottoscritto dai ciclisti nel cosiddetto “codice etico”: 280mila euro, pari al settanta per cento dell’ingaggio dichiarato nella stagione del reato commesso.
La richiesta della Procura antidoping era di tre anni: due per la positività e un anno in più per la "recidiva", cioè la squalifica di tre mesi che Di Luca ha scontato (dal 16 ottobre 2007 al 16 gennaio 2008) per la frequentazione del dottor Santuccione (medico radiato per pratiche doping). Ma il Tribunale antidoping non ha ritenuto di dover tener conto della recidiva.
«Non finisce qui, c'è ancora da lottare e io vado avanti. Adesso faremo ricorso al Tas - dichiara sicuro il corridore abruzzese che potrebbe tornare a correre il 21 luglio 2011 -. Per adesso abbiamo solo il dispositivo e prima di muoverci dobbiamo aspettare la pubblicazione delle motivazioni (arriveranno entro 30 giorni, ndr). Posso solo ribadire che io non ho assunto alcuna sostanza e che non mi aspettavo questa squalifica. Resto ottimista e confido molto nel Tas. Comunque vada, anche se dovessero confermare i due anni, io non lascerò il ciclismo. Di una cosa però io sono sicuro: torno prima dei due anni».
Il vincitore del Giro 2007 era stato trovato positivo all'eritropoietina (Epo) ricombinante di tipo «Mircera» in occasione di due controlli nelle tappe del Giro d'Italia, del 20 e 28 maggio 2009, con arrivo rispettivamente a Torino e a Silvi Marina. L’allora portacolori della Lpr era stato sentito dal capo della Procura antidoping del Coni, Ettore Torri, il 26 agosto, e in quella sede i suoi avvocati avevano chiesto tempo per poter fornire il profilo ormonale, ma soprattutto la valutazione su tutti i controlli del Giro. Per arrivare a far questo avevano chiesto all’Uci tutti i risultati dei campioni testati dai laboratori durante il Giro d'Italia, per verificare se quelle del 20 e 28 maggio non fossero da ritenere false positività.
«Io ho sempre creduto nella mia innocenza ­ ribadisce deciso Di Luca ­ e con i miei avvocati e i miei periti andrò fino in fondo. Io sono abituato a lottare, a non arrendermi davanti a niente e nessuno. La vita è una corsa a tappe, vince chi ha più resistenza, chi riesce a mettere sul tavolo le proprie argomentazioni, soprattutto chi sa attendere e ha la forza per poterlo fare. Io ho ancora molte carte da giocare. Se credo nella giustizia? Certo che ci credo, altrimenti non andrei davanti al Tribunale dell’arbitrato sportivo».
Di Luca, che nel frattempo ha aperto un negozio di biciclette e fitness nel cuore di Pescara, non sembra assolutamente provato dall’ennesimo colpo patito. Inutile dire che l’atteggiamento tenuto dai suoi legali è altrettanto spavaldo. «Noi crediamo nell’innocenza del nostro assistito - ha spiegato l’avvocato De Toni -. Per questo motivo siamo pronti ad impugnare la sentenza e a fare ricorso al Tas: la verità va ripristinata. Noi contestiamo non solo il metodo utilizzato dal laboratorio di Chatenay Malabry, ma anche le procedure. Ora chiederemo al Tas di anticipare l’udienza, perché la speranza è che lo stesso tribunale possa ribaltare questa squalifica e permettere a Di Luca di tornare a correre già quest’anno». E comunque dovrà fare anche i conti con la sua ex società, la Lpr, che ha avviato una causa di risarcimento danni.