Giudizio Universale eterno sogno del comunismo

Ruggero Guarini

Perché il comunismo - che pur essendo morto continua lo stesso a parlare, e che anzi non ha mai parlato tanto come da quando è morto - oggi parla soprattutto in lingua giudiziaria? Ecco un indizio del quale non è forse stata colta ancora la ragione vera. Che non è tanto politica ma religiosa. Giacché rimanda a quello che in fondo è sempre stato il vero scopo del comunismo: il Giudizio Universale.
Questo scopo il comunismo lo ha realizzato innumerevoli volte. Ragion per cui sarebbe ora di smetterla di dire che è un sogno impossibile, un progetto illusorio, una promessa inadempiuta, un’utopia irrealizzabile - ossia un dio che sarebbe fallito. Altro che dio fallito. Mai visto, nella storia universale, un dio più riuscito di lui.
Da lui mai parole vane. Mai impegni non mantenuti. Mai patti non rispettati. Dovunque sia andato al potere ha sempre mantenuto le sue promesse. A cominciare, appunto, da quella - fondamentale - del Giudizio Universale: un sogno che soltanto lui - occorre ammetterlo - è finora riuscito, tutte le volte che è stato messo alla prova, a realizzare sulla terra in forme adeguate alla nobiltà del concetto.
Ogni esperimento comunista in effetti è sempre un Giudizio Universale. Giudizi Universali sono stati, puntualmente, tutti i comunismi passati. Giudizi Universali sono, ancora oggi, tutti i comunismi presenti. Giudizi Universali saranno, inevitabilmente, tutti i comunismi futuri. Dal che sembra doversi dedurre che il Giudizio Universale non è affatto un sogno del comunismo. È la sua principale realtà.
Dalla perseveranza con cui quel sommo Giudice che è il dio del comunismo non cessa di allestire dei Giudizi Universali più o meno appropriati ai diversi luoghi e momenti in cui il suo genio gli impone di volta in volta di esprimere il proprio talento, risulta infine che il Giudizio Universale al quale egli anela con tutte le sue forze non è affatto, come quello immaginato dai comuni teologi, un evento circoscritto nel tempo e nello spazio, uno spettacolo unico e irripetibile, l’atto conclusivo di una rappresentazione senza repliche. Nossignori. Al dio comunista non basta un Giudizio Universale «una tantum». Egli esige un Giudizio Universale Perpetuo.
E si capisce. Un dio serio come il dio del comunismo non può certo accontentarsi di uno sketch fulmineo come quello di cui si appaga l’umile dio-chioccia descritto dal povero Belli. Ricordate? «Quattro angioloni cole tromme in bocca | se metteranno uno pe cantone | a sonà: poi co tanto de vocione | cominceranno a dí: “Fora a chi tocca”. || Allora vierà su una filastrocca | de schertri da la terra a pecorone, | pe ripijà figura de perzone, | come purcini attorno de la biocca. || E sta biocca sarà Dio benedetto | che ne farà du’ parte, bianca e nera: | una pe annà in cantina, una sur tetto. || All’urtimo uscirà ’na sonajera | d'angioli, e, come si s’annassi a letto | smorzeranno li lumi, e bona sera».
Macché. Il dio del comunismo non va mai a letto. Non fa mai smorzare i lumi. Non dice mai «bona sera». Lo spettacolo non deve finire mai. Perché lui deve continuare per tutta l'eternità a dividere l'umanità in due parti, bianca e nera, e a mandare l'una sul tetto e l'altra in cantina. Altrimenti il poveretto schiatta.
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