Giuffre, il mistero della star scomparsa

Ammalato, l’autore di «Four Brothers» si è nascosto

Franco Fayenz

Si parla molto, in questo periodo, del crescente interesse dei giovani per il pianista, compositore e direttore Thelonious Monk. Si annunciano pubblicazioni importanti, e si pone l’accento sul cupo silenzio che caratterizzò gli ultimi anni della sua vita, dal 1974 al 1982. Proprio per ciò non si deve dimenticare che un altro grande musicista americano, oggi, si trova nelle stesse condizioni a causa di una malattia che non gli permette più di suonare: è il clarinettista e sassofonista Jimmy Giuffre, anch’egli compositore e direttore, protagonista di pagine straordinarie della storia del jazz. Forse Giuffre continua a comporre o a dettare musica a persone di fiducia nella sua casa texana, ma è impossibile avere notizie precise.
La sua ultima esibizione in pubblico, durante una breve tournée europea con Paul Bley al pianoforte e Steve Swallow al basso elettrico, colleghi di concerti e di dischi fin dall’inizio degli anni Sessanta, avvenne al Teatro Valli di Reggio Emilia il 6 maggio 1995. La seconda parte del concerto era riservata al quartetto del chitarrista Jim Hall. L’apparizione in scena di Giuffre ebbe qualcosa di drammatico che sfuggì a pochi. Fra le quinte il clarinettista, che aveva compiuto 74 anni dieci giorni prima, era sembrato sereno, felice di aver ritrovato Jim Hall che non vedeva da tanto tempo. Con lui, fra il 1956 e il 1959, aveva inciso dischi memorabili, e continuava ad abbracciarlo, a ricordargli episodi vissuti insieme.
Poi, sulla scena, le cose cambiarono di colpo. Giuffre si presentò con il solo sax soprano, e questo si sapeva. Da un paio d’anni il maestro lasciava a casa il celebre clarinetto, gli altri sassofoni e i flauti, destando negli ammiratori fondate preoccupazioni. Ma quando attaccò le prime note, ci volle poco a capire che Giuffre, anche sullo strumento più «semplice», aveva gravi difficoltà di diteggiatura e di emissione del fiato per un’intuibile malattia in atto. Bley e Swallow si assunsero il compito ingrato e imbarazzante di farlo suonare il meno possibile e di coprirlo con il pianoforte e il basso. L’esibizione fu limitata a meno di un’ora. Nessuno vide più Giuffre in concerto o lo ascoltò in dischi nuovi.
Texano di Dallas, James Peter Giuffre, Jimmy per la musica, nasce il 26 aprile 1921. Negli anni Quaranta collabora come compositore, arrangiatore e clarinettista nelle orchestre di Boyd Raeburn, Gene Roland e Buddy Rich, proponendo un linguaggio strumentale sussurrato, allusivo, del tutto inedito nel jazz. Verso la fine del 1947 scrive per l’orchestra di Woody Herman il sensazionale Four Brothers che fa il giro del mondo come opera-manifesto del «coolbop». La celebrità gli permette di partecipare in prima linea all’avanguardia californiana (West Coast Jazz) degli anni Cinquanta, formulando le proposte più audaci e disparate: jazz atonale, implicitazione della costante ritmica, interdipendenza dei musicisti e parità delle varie fonti sonore (che poi verranno ascritte a merito di Ornette Coleman). Qualche ipercritico gli rimprovera, nelle sue composizioni, l’alto grado di permanenza dei temi e il procedere per similitudini, piuttosto che per i contrasti tipici del jazz. Forse c’è qualcosa di vero: ma ce ne fossero, oggi, di compositori-esecutori così.
In seguito, con Bley e Swallow, Giuffre si avvicina alla musica informale e all’improvvisazione pura. Negli anni Settanta si lascia tentare dal jazz-rock, ma alterna all’attività lunghi periodi di silenzio. «Mai come con Giuffre - è stato giustamente scritto - la materia musicale contemporanea si è raffinata ed è diventata fragile e perfettamente trasparente».