Giuliani e Fli: solo da Genova accuse al governo per gli scontri

(...) che era in condizioni peggiori dell’Iraq e del Darfur dove la Contini aveva dato buona prova di sé come plenipotenziaria del governo italiano durante le crisi più buie. La diplomatica, una volta prestata alla politica, si è però dimostrata più devastante delle bombe intelligenti. E non ha trovato nulla di meglio che definire il moderno sacco di Roma come un «deplorevole spettacolo che fa ancora una volta il giro del mondo, mettendo sempre più in dubbio la credibilità e l’immagine dell’Italia all’estero. Protestare contro il Governo e indignarsi per la pessima gestione di questa congiuntura negativa è più che legittimo, ma non possiamo assolutamente assolvere coloro i quali hanno strumentalizzato una contestazione». Fin qui la nota della senatrice che a Genova sta lavorando alla costruzione del Terzo Polo a sostegno di Enrico Musso sarebbe magari solo contestabile politicamente. Ma poi Barbara Contini ha precisato che «se Berlusconi avesse lasciato, molto probabilmente, non ci sarebbe stato il caos». La teoria del primato della violenza sulla democrazia, la resa della politica ai black bloc, il trionfo della legge della jungla che neppure i più duri di Rifondazione erano riusciti a ipotizzare, è stato invece messo nero su bianco dalla donna forte di Gianfranco Fini in Liguria. Che puntualmente è stata sommersa dalle reazioni indignate - queste sì - del Pdl, mentre neppure un ultrà antiberlusconiano come il sindaco di Napoli Luigi De Magistris è riuscito a difenderla.
In tutto il panorama politico, l’unico che era riuscito nell’impresa di non dare le colpe ai violenti ma in qualche modo alla polizia e al governo era stato - a volte le coincidenze - proprio un genovese. Per l’appunto Giuliano Giuliani. «Mi sembra che abbiano voluto replicare il modello Genova - ha detto Giuliani alla vista delle devastazioni dei black bloc - Quindi penso che adesso, come allora, si debba rispondere ad una domanda più che legittima, che tanti però non vorranno farsi: perché non li hanno fermati?». Ed esattamente come dieci anni fa, il padre di Carlo vede quello che vuole vedere: «Sono 200 delinquenti, 200 mascalzoni, farabutti... Ma chi sono? Fascisti? Poliziotti e carabinieri infiltrati, come accadde allora a Genova? Chi sono questi maledetti? E perché tutta quella polizia non li ha fermati? Perché non ci sono riusciti a fermarli nemmeno stavolta? Hanno voluto nascondere il valore di una grande manifestazione, giusta, democratica, pacifica. Sì, come è stato allora».
L’insegnamento di Genova, dieci anni dopo, è ancora questo: dare la colpa alla polizia e al governo. Ma stavolta, dieci anni dopo, c’è chi decide di non concedere più a Giuliani l’attenuante del dolore per la morte del figlio. E respinge al mittente le accuse. Il sottosegretario ai Beni Culturali, Francesco Maria Giro, è lapidario: «Il modo migliore per ricordare la figura di suo figlio sarebbe quella di dire “non fate l’errore che ha commesso Carlo”». Sarebbe.