Giuliani ora si gioca tutto in Florida

Oggi debutto alle primarie per l'ex sindaco di New York, sotto nei sondaggi. Una sconfitta potrebbe essere fatale. McCain cerca l'affermazione decisiva prima del "supermartedì", il 5 febbraio

Miami - Elezioni in stile Florida: quasi un milione di persone ha già votato nel momento in cui si aprono le urne. Quattrocentomila e più democratici, quasi 500mila repubblicani. In cabina non ce ne andranno molti di più, il risultato potrebbe, in un caso estremo, essere deciso prima che si cominci a scegliere. È solo una tenue possibilità, ma è il «miracolo» in cui spera Rudy Giuliani, che partirebbe sonoramente battuto se contassero solo i suffragi di oggi. Nelle ultime settimane le sue quotazioni sono andate calando o precipitando in diversi Stati fra cui questo, ma i floridiani che hanno spedito la loro scheda un mese fa, lo hanno fatto quando lo sceriffo che vuol diventare presidente era ancora in testa alle preferenze nazionali. Insomma Giuliani in questo momento vive di rendita, anche se si sforza di aggiungervi un po’ di reddito fresco, percorrendo questo Stato grande, popoloso e svariato in quella che si presume sia la sua roccaforte: proprio qui a Miami e nelle aree adiacenti della Dade County, che non solo geograficamente si contrappone all’altro estremo, la Florida del Nord, che fa parte del Profondo Sud e della «fascia della Bibbia», terra promessa per i conservatori evangelici.

Miami è alla punta Sud ed è fittamente popolata di newyorkesi in pensione, venuti a cercare il caldo e che hanno mantenuto una certa organicità di comportamenti. Parecchi sono ebrei e non c’è candidato alla presidenza più reciso ed eloquente del suo appoggio a Israele. Uno dei problemi, certo, è che questi newyorkesi sono tradizionalmente affiliati al Partito democratico e non a quello repubblicano, mentre l’etnia prevalente è diventata quaggiù quella latinoamericana e in particolare cubana, questa sì compattamente repubblicana ma che trova forse in John McCain la voce di falco che più li ispira con la sua intransigenza nei confronti di Fidel Castro morente e del suo regime che pare destinato invece a sopravvivergli

I democratici hanno in gran parte disertato le consuete manifestazioni della vigilia elettorale per due motivi. Uno tecnico: i delegati eletti in Florida dovrebbero essere squalificati per aver partecipato a una elezione vietata dallo Statuto del partito come tutte quelle in calendario prima del 5 febbraio. L’altro motivo è invece positivo e risonante: la solenne manifestazione a Washington in cui Ted Kennedy, a nome della Dinastia, ha annunciato il suo appoggio a Barack Obama e gettato il guanto di sfida alla «famiglia Clinton». Saranno tutti validi, invece, i delegati che eleggeranno i repubblicani e sono tanti, il massimo numero prima del Supermartedì in cui saranno chiamati alle urne 22 Stati. Dei cinque candidati in lista almeno due non possono permettersi di perdere o almeno di perdere «male». Secondo gli ultimi sondaggi John McCain e Mitt Romney corrono appaiati con circa il 30% delle preferenze, seguiti da Giuliani, che appare comunque distanziato con una percentuale che è circa la metà.

Per McCain e Romney la Florida è la semifinale, per Giuliani lo diventerà solo con un successo, altrimenti sarà stata una finale anticipata e da archiviare. Ma anche per Romney in realtà, essere sconfitti qui sarebbe un duro colpo, perché McCain acquisterebbe definitivamente lo statuto del «Front Runner», irrobustito da un recentissimo sondaggio nazionale che simula la gara di novembre fra lui e Hillary e lo dà in testa per un paio di punti. A favore di Romney potrà giocare l’accresciuto spostamento della pubblica attenzione dal tema della «sicurezza nazionale», principale cavallo di battaglia dell’eroe di guerra, alla crisi finanziaria, tema in cui ha scarsa esperienza mentre l’ex governatore del Massachusetts ha preparato ed esposto un piano di emergenza simile a quello approvato in fretta e furia da Bush e dal Congresso democratico ma più articolato e, secondo gli esperti, più meditato.

Un cambio di priorità che si riflette anche nelle parole dell’ultimo messaggio sullo «stato dell’Unione» di George Bush come presidente. Nel suo discorso di addio al Congresso egli ribadisce la sua «dottrina» in politica estera («Sbaglia chi dà la priorità alla stabilità internazionale, occorre invece condurre una rivoluzione democratica che prevenga i pericoli nelle aree più calde come il Medio Oriente»). Non sono soltanto parole: l’America si prepara a estendere la sua presenza militare dall’Irak e dall’Afghanistan anche al Pakistan.