Giuliani

Ma che succede in questo Paese? Come può accadere che il consiglio comunale di una città, con una grande tradizione democratica come Genova, decida di dedicare un cippo commemorativo a un tipo come Carlo Giuliani? Lo ricordate il ragazzo in maglietta e volto coperto che tentava di lanciare un pesante estintore sulla testa di un carabiniere con l’indubbia volontà di procurargli, se non la morte, almeno delle ferite gravi? Era il 20 luglio 2001, giorno della grande battaglia intorno al G8: sassaiole, auto incendiate, negozi saccheggiati, agenti per terra feriti, il puzzo acre dei fumogeni e le fiamme dei cassonetti usati come trincee, gli assalti assassini dei «black bloc» e le cariche delle forze dell’ordine accerchiate dalla follia. E, poi, i danni per centinaia di migliaia di euro, che tutti sembrano aver dimenticato.
Ricordate? Giornate così passano nella retorica della memoria come «una delle pagine più brutte della nostra storia recente». Ma non certo perché alla fine di quel pomeriggio sull’asfalto di Genova, insieme con le macerie di una guerriglia assurda, è rimasto anche il corpo di un ragazzo sceso in campo per ferire e che nella casualità della battaglia è stato ferito mortalmente. No, quel giorno è stata offesa la democrazia, è stata offesa l’immagine del Paese, sono stati offesi i capi di Stato che discutevano su come poter ridurre il debito delle nazioni più povere (debiti che qualsiasi economista può spiegare che non si cancelleranno mai a sassate o bastonate).
Certo, nella memoria di tutti c’è spazio anche per Carlo Giuliani. Ma è il ricordo di un personaggio negativo, di un giovane, magari non balordo ma sicuramente un po’ fanatico, convinto di poter imporre le proprie idee - un po’ vecchie e già tante volte fallite - solo con la violenza. Per lui c’è sicuramente la stessa compassione che si ha per ogni ragazzo che sceglie la strada sbagliata. Però, non facciamone un martire. Di eroi così, questo Paese non ha proprio bisogno.
Impressiona e lascia increduli che un’istituzione, qual è il consiglio comunale di Genova, senta la necessità di erigere un cippo a Carlo Giuliani. Non stupisce, però, l’imbarazzo di chi ha steso il testo da scolpire sotto al monumento: «Carlo Giuliani, ragazzo, 20 luglio 2001». Giusto il minimo epitaffio, ogni parola in più sarebbe stata un azzardo. Che dire, altrimenti: «Freddato mentre tentava di uccidere un carabiniere», oppure «caduto nell’adempimento del proprio servizio», o, ancora, «sacrificatosi per salvare la libertà dell’Italia»? No, il ragazzo Giuliani è morto mentre correva ben al di fuori delle larghe strade segnate dalla Costituzione e dai codici. Ha sbagliato, certamente ha pagato un conto più salato di quanto avesse ipotizzato.
Ha commesso l’errore, insieme con chi gli stava accanto, di non calcolare il rischio.
Ma, di certo, non correva verso il martirio. Così - come è anche comprensibile e umanamente toccante - continuano a ricordarlo i suoi genitori. Poveri vecchi, colpiti nel dolore più atroce: la morte di un figlio. Chi è padre non può che capirli. E se vuole può piangere con loro. Ma un consiglio comunale, un’istituzione di questo Paese, non ha diritto nemmeno di piangere, ha solo il dovere di governare. E non può governare chi non sa distinguere tra il bene e il male, tra chi è con lo Stato e chi è contro lo Stato. Carlo Giuliani quel giorno, il 20 luglio 2001, stava attaccando lo Stato, stava cercando di colpire (per la seconda volta) un uomo dello Stato che stava difendendo lo Stato. È morto, pace per lui, ma nessun monumento che ce lo ricordi, non l’ha meritato.