"In Giulietta e Romeo la lezione del passato"

Riccardo Cocciante parla della pièce in scena da oggi a Milano: "Rappresentiamo solo le passioni". La storia è quella raccontata da Shakespeare: "Il pubblico la vive con noi"

Milano - Rieccoli, Romeo e Giulietta. Ritornano a cantare e recitare la loro storia, quella leggenda nata quasi per conto suo nel medioevo, diventata capolavoro di Shakespeare. A turno si sono cimentati i musicisti per farla rivivere. Era toccato a Vincenzo Bellini, Berlioz, Gounod, Vaccai e Zandonai e questa volta tocca a tutto un altro tipo di musicista, uno che ha respirato l'aria dei festival «leggeri» della canzone e che ha scritto bellissime canzoni, Riccardo Cocciante.

Un'opera? Naturalmente no. Però qualcosa che ci somiglia, che ha una sua dimensione di continuità, di immedesimazione senza alcun distacco dei personaggi e del pubblico nella vicenda. Un musical è l'insieme di tante cose, se ne entra e esce, si aspettan le occasioni per far scattare i punti trascinanti, a costo di cedere al gusto della divagazione. Con Cocciante, Giulietta e Romeo vivono immersi dal principio alla fine nella loro storia. Come quest'estate a Verona in una sera indimenticabile all'Arena: pioveva, il palcoscenico era uno scatolone coperto, allo scoperto il pubblico indossava mantelline impermeabili colorate comprate sul posto, tutti stavamo lì coi Capuleti e i Montecchi a soffrire il triste destino dei due ragazzi e a essere contenti che l'amore fosse infinito: come all'opera.

«Naturalmente io non penso affatto di poter comporre un’opera», mi dice Riccardo Cocciante, tutto sorridente. «Ma credo che non si possa rinunciare a cercarne la lezione e la tradizione. L'opera creava personaggi a tutto tondo, cantava sentimenti elementari e non superficiali. Esprimeva le passioni nella loro pienezza. Fino a Puccini la gente ritornava a casa con la memoria delle melodie. Spesso poteva ricantarle, e la portavano al ricordo dell'orchestra, del teatro, dell'esperienza vissuta assieme. Il linguaggio dell’autore era il suo linguaggio».

E adesso, chiedo, qual è il linguaggio del pubblico? «Nell'esperienza dell’ascolto è ormai naturale l'amplificazione delle voci e dei suoni. Gli studiosi hanno calcolato che, fra radio, televisione, dischi, telefoni, sentiamo più voci trasmesse che voci dal vivo. Nel mondo giovanile, poi, e non soltanto in quello, il rock ha portato la violenza del volume come fatto espressivo. È un’esplosione che può non piacere, ma che esiste. Nulla però ha cancellato la voglia di melodia».

Ma con questi caratteri, osservo, lo spettacolo musicale popolare ha il suo destino fuori dai teatri. «Penso di sì, credo che continuerà a invadere stadi e arene». Certo, il teatro consacra un'opera, ma a volte ha dato una consacrazione nuova a luoghi come l'Arena di Verona..

«Chiunque abbia il senso e la voglia del canto, ama il teatro d'opera. Lo trova inarrivabile, ma anche vicino. Chi ha avuto il privilegio di attirare il pubblico all'ascolto di quello che nel canto è inventato, sente alle sue spalle queste grandi, meravigliose creazioni, e sogna che qualcosa del genere continui: sente quasi il bisogno di provare a farsi tramite. Sono sicuro che se ci mettiamo in tanti, o almeno in molti di quelli che, bene o male, sono capaci di fare cantare e farsi ascoltare, potrà nascere un linguaggio che aiuterà gli autori più geniali a creare magnificamente storie popolari cantate e suonate».
Con l'amplificazione? Con ritmi disinibiti? Con tante caratteristiche che ci ricordano la facile musica di consumo?

«Io credo che se si vuol fare l'opera di oggi e di domani non si possa rinunciare a tutto quello che è avvenuto nella visione e nell'ascolto. Sarebbe una debolezza non tentare di portarlo in un discorso di qualità. Se uno ha voglia di raccontare una storia importante, dando a tutti gli interpreti la responsabilità di viverla, e spera che il pubblico si rispecchi, deve tentare con le realtà nuove l'antico rito con fiducia. Naturalmente ci vuole gente giovane, nuova, che ci creda; io ad esempio seleziono Compagnie di ragazzi sconosciuti, proviamo e riproviamo, siamo i primi a crederci e a commuoverci, alla fine sentiamo spesso il brivido del pubblico che vive con noi. Ecco, in questo, magari in questo solamente, rassomigliamo a quando si faceva l'opera nuova per la gente che ci credeva. Chissà se questo servirà perché qualcuno inventi nuovamente l'opera. Ma in ogni caso, noi siamo felici di assaporarla».