La «Giulietta» surrealista di Martinu

Alberto Cantù

da Ravenna

Da noi il boemo Bohuslav Martinu è noto, ai pochi che lo conoscono, per qualche lavoro sinfonico e un pugno di musiche da camera. Che sia un grande compositore, «uno fra i maggiori del Novecento» secondo Darius Milhaud, naturalmente incline, come Mozart, al teatro, con quattordici opere e sette balletti all’attivo, lo raccontano le storie della musica e non i palcoscenici.
Sono sempre le enciclopedie a delineare un drammaturgo fra i più originali ed eclettici del Novecento. Lettore vorace e librettista le cui fonti vanno da Plauto a Goldoni, da Molière a Gogol e Tolstoj sino agli autori contemporanei. Sperimentatore votato fra opere-jazz, lavori satirici, opere-film, balletti pantomima, quei Misteri mariani che si svolgono simultaneamente su tre palcoscenici, opere radiofoniche e per la televisione scritte, anche di getto, fra gli anni Venti e i Cinquanta.
Capolavoro di Martinu è, per definizione comune, Giulietta o La chiave dei sogni, trasposizione della pièce surrealista di Georges Neveu che nel 1938 trionfò al Teatro Nazionale di Praga sotto la bacchetta di un direttore sommo, Vaclav Talich, cui la partitura è dedicata.
In Italia Giulietta non s’era mai vista. L’ha fatta finalmente conoscere il Ravenna Festival portandola al Teatro Alighieri nell’allestimento della britannica Opera North, compagnia lirica che in ventiquattro ore passa dal musical (Il tocco di Venere del quale riferivamo ieri) a un lavoro tutto giocato su slittamenti continui fra sogno e realtà, fra sonno e veglia con viaggi sognati e tanto più avvincenti di quelli fatti per davvero. Il tutto ambientato in un Paese dove le lancette del tempo sono ferme, la memoria della gente non va oltre i dieci minuti, ci sono un venditore di racconti e un venditore di sogni cui gli uomini si rivolgono voraci inseguendo il fantasma di Giulietta: una sirena, l’ideale impossibile da raggiungere, il sogno dei sogni per il quale Michel abbandonerà per sempre la vita reale abbracciando quella onirica.
Il lavoro è dato nella versione ritmica inglese (l’originale è in ceco) del regista David Pountney il quale disegna abilmente il percorso psicologico e mentale, il doppio binario che poi si fa unico, del protagonista. Quel Michel che il tenore Paul Nilon, con la sua commovente sprovvedutezza «ad arte», sembra nato per incarnare e il cui canto oscilla fra toni sommessi alla Debussy, un realismo alla Janacek, modi più sfogati secondo il folclore ceco e quel «parlato» che, alternato al canto - appunto realtà e sogno - è tipico di Martinu.
La compagnia è di prim’ordine. Cantanti-attori impeccabili come Rebecca Caine, Giulietta fascinosa e imprendibile, che spesso danno vita a più personaggi caratterizzandoli con una pregnanza e un umorismo senza confronti fra reale e surreale, venditrice di uccelli e nonno e nonna inclusi. È il caso sia di Alan Oke, dapprima commissario, poi postino, guardia forestale e impiegato, sia di Adrian Clarke che nel secondo atto è il venditore di ricordi e nel terzo un mendicante cieco che si rivolge al venditore di sogni per il suo sogno settimanale.
Una musica marionettistica memore dello Stravinskij neoclassico disegna il muoversi delle persone senza memoria. Le forme sono aperte salvo un accenno di romanza. A soli struggenti di fisarmonica e di corno inglese, di oboe e di flauto confluiscono in ondate liriche di rimando impressionistico o in violente bordate sonore. Un pianoforte evoca la lontananza del ricordo; l’ironia ha per sfondo la tenerezza e la gioia si intride di malinconia.
La bacchetta di Martin André è ideale nel raccontare e ambientare una partitura così raffinata, intensa e terremotante al tempo stesso, così ironica e dolce. Particolarmente riuscite le scene di Stefanos Lazaridis: un luogo sabbioso e assonnato dove la realtà si riflette, si stempera e si muta nel sogno grazie a una parete inclinata di specchi.