Giulio Tremonti e il colbertismo a lume di candela

Caro Granzotto, venga in aiuto di un suo affezionato lettore. Ho fatto le scuole e se è per questo anche l’università (facoltà di scienze), leggo, mi informo, guardo la televisione e vado al cinema. Masticando bene o male l’inglese, riesco a capire il senso dei termini anglosassoni che impestano gli articoli di economia. Ma adesso mi spunta fuori il termine, riferito il più delle volte a Tremonti, «colbertismo», «colbertismo» di qua e di là. Che cosa vi dà la certezza che il lettore sappia che significa «colbertismo»? Me lo volete spiegare almeno una volta?
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Perché no, caro Monti: son qui per questo. A quanto mi consta (le sarà noto che di economia non ne capisco un lupino, però i personaggi storici quelli sì che m’interessano) Jean-Baptiste Colbert, rude, solido (e ricco) figlio delle Ardenne, duro con se stesso e con gli altri, arrivò dove arrivò - gestire le finanze della Francia del Re Sole - grazie alle spintarelle del cardinal Mazarino. Nulla di nuovo, dunque, sotto il sole. Furono però spintarelle ben date. Per dire il tipo: alle cinque del mattino Colbert era già al lavoro, in una Corte che prendeva vita non prima del mezzogiorno. La sua dottrina, il colbertismo, appunto, è detto anche mercantilismo. E, grosso modo, consiste in questo: forte intervento statale nell’economia per favorire la produzione nazionale e dunque le esportazioni. Merito di Colbert - e traguardo che si pongono i colbertisti - fu di sveltire la finanza pubblica tenendola però sotto stretto controllo, con pugno di ferro. Ciò che gli permise di raggiungere il pareggio nel bilancio dello Stato (di questi tempi, i colbertisti si accontentano di contenere il debito e, magari, di dargli una spuntatina). E adesso divertiamoci, caro Monti: come è ben noto, tra il dire e il fare c’è in mezzo il mare, entro il quale dovette annaspare anche il buon Colbert. La storia è questa: la reggia di Versailles era illuminata a candele. Non tutti i 700 ambienti e le 64 scale, ma se il Luigi XIV, la sua signora Maria Teresa, una delle sue amanti (che ebbe in gran numero, noblesse oblige) o uno dei quattro-cinquemila residenti dovevano recarsi dalla stanza A al salotto B attraversando qualche chilometro di gallerie, queste venivano illuminate da candelieri fissi. Una prassi del cerimoniale stabiliva poi che le candele, una volta accese e spente, fossero sostituite da altre nuova di trinca. E questo anche se s’erano consumate di un niente, il tempo necessario ad attraversare un salone, di salire o scendere uno scalone. Colbert, che teneva (ben stretti) i cordoni della borsa giudicò quella consuetudine uno spreco dissennato e tanto fece da convincere il Re Sole a porvi rimedio, disponendo che le candele venissero sostituite solo quando s’erano ridotte a moccolo. Deve sapere, caro Monti, che le candele di Versailles erano di pura e profumata cera d’api, non di puzzolente sego. Costavano un occhio della testa e se ne consumavano, grazie anche alla consuetudine della quale abbiamo detto, dalle venti alle trentamila il mese. Ed ecco che viene il bello: un’altra tacita usanza di Corte consentiva al personale di serbare le candele che ogni mattino asportava per sostituirle con altre intatte. Serbarle e farne profittevolissimo commercio (mezze sane com’erano facevano gola alla piccola aristocrazia e alla borghesia di Parigi: le pagavano un terzo ed erano per giunta quelle du château). La stretta di Colbert determinò quindi un consistente lucro cessante per stuoli di valletti e di cameriste, che presero a mugugnare. E il mugugno ci mise niente ad arrivare alle orecchie del sovrano che mal tollerava esser circondato, in quel giardino delle delizie, sa servitori malmostosi. Per cui chiamò Colbert e gli intimò di riparare, assegnando al personale una cifra mensile che compensasse la perdita sopravvenuta a causa del colbertiano uso intensivo delle candele di Corte. E il risparmio andò a farsi friggere (tutto ciò oggi si direbbe un emendamento alla Finanziaria. Chiedere a Tremonti).
Paolo Granzotto